The Last love Parade. Analisi di un logo senza memoria

La rabbia, la violenza, la paura di un futuro che permea il presente per annullarlo nelle gabbie della razionalità. Tutto questo è la sostanza della mia superficie adesiva.

 

Ma il mio volto, l’altro, quel futuro lo rifiuta, con ostinazione. I miei occhi semichiusi hanno fame di un “adesso” senza condizionamenti. Un “io, qui, ora” a grado zero. Una musica che si libera di ogni grammatica, di ogni retorica. Una traccia che scandisce il tempo del puro sentire.

 

               (Sticker Anonimo)
dance
Stavamo cercando informazioni su un caso poco interessante. Di quelli che, se ne parli o non ne parli, il mondo va avanti, senza alcuna difficoltà.
La nostra attrazione per tutta quella catena di fatti, fattacci, cose sporche e marce che i media raccontano, senza farne mai un vero e proprio caso, ci ha condotte qui: alla storia di uno sticker. Anonimo residuo di un evento culturale bandito per sempre: la Love Parade. L’ultima.
Il timido sticker comunica un messaggio inequivocabile: il suo essere un logo con il super potere di tutti i marchi: quello di essere uno e tanti, ovunque, sempre. Di autenticare l’oggetto a cui si riferisce. Anche quando i media hanno smesso di parlarne.
Quel logo ritrovato, impresso sull’adesivo, aveva smarrito parte della sua forza, i suoi fratelli. Quei molti che, in un altro tempo, e in un altro luogo avevano contagiato, con il loro senso, una moltitudine di coscienze.
Il nostro amico ci fissa con gli occhi di chi è un po’ in crisi.
“Non so più chi sono”, continua a ripeterci.
Ci guardiamo, telematicamente complici, per una frazione di secondo, mentre il piccolo, fermo, atterrito, appiccicato senza tanti complimenti su un’asfaltata di pixel, non la smette di chiederci aiuto.
“Metteremo ordine nella tua storia, cercheremo di capire chi sei, da dove vieni, come sei finito tra un paragrafo e l’altro di un articolo de ‘Il Giornale'”. Lo  rassicura una di noi due, non importa quale. L’altra è già partita per la caccia.
Duisburg 2010. L’Ovest della Germania accoglie uno degli eventi carnevaleschi più attesi dalla comunità ludica mondiale: la Love Parade. 1400000 partecipanti. Un bel passo avanti rispetto ai 150 della prima edizione, sviluppatasi spontaneamente per le strade della città, a quattro mesi dalla caduta del Muro di Berlino, su inziativa del Dj Dr. Motte, artista di spicco dell’underground berlinese ante-riunificazione.
Ma Dr. Motte è solo una personalità imposta dalla cronaca. Protagonista assoluta è la sonorità artificale, violenta, ipnotica della musica techno. Nessuna melodia, né testo verbale, né rintracciabilità autoriale.
La prima Love parade è un’eniclopedia musicale rigorosamente anonima. Il susseguirsi delle tracks è il risultato di un’empatica ispirazione momentanea, di una condivisione sensibile del presente.
L’evento ha un evidente valore politico: il rifiuto di una realtà imposta dal Potere e la riconquista di uno spazio e di un tempo anonimi.
Desemantizzazione, dunque, decondizionamento, recupero della sensibilità corporea individuale e collettiva, sono i valori che la manifestazione veicola. Insieme a tanta rabbia e frustrazione verso una quotidianità alienante.
L’uso dell’ecstasy, come adiuvante, favorisce la fuga dall’ordinario, amplifica il senso di appartenenza e la percezione fisica.
Il primo Rave pubblico della storia ha qualcosa di mitico. Vede le contraddizioni di una generazione, affamata di odio quanto di amore, convivere, almeno per un giorno, pacificamente.
Ma torniamo al nostro logo. Distribuito gratuitamente ai partecipanti, durante l’edizione 2010 della Love Parade, quello sticker è una presenza invasiva nelle immagini che raccontano il party.
Pervade le strade, i corpi di coloro che lo incollano sulla pelle.
E’ un simbolo il cui referente, l’evento stesso, è unanimemente condiviso. Come un tatuaggio, indicizza quella stessa comunità che gli ha accordato un senso.
“Dance or die. Get no sleep”, riporta la superficie visibile.
La danza, che riattiva i sensi, si oppone al sonno delle percezioni. E’ vita, coscienza individuale e politica.
Il rinvio a quei valori che la prima edizione dell’evento evocava, è certamente il punto di partenza. Un tentativo di riproporre, a più di un ventennio di distanza, un mondo inattuale, in un centimetro quadrato di solitudine.
L’analisi spalanca un problema ideologico: chi saranno questi nuovi partecipanti?
Quali muri hanno voglia di abbattere in un’epoca in cui la telematica ci trasforma in chiunque, ovunque?
Quanti di questi ragazzi conoscono il perché e il per come di un evento così trascinante?
Sono domande a cui è difficile trovare risposta.
Ciò di cui siamo certe è l’interesse comune per la musica techo.
Ed è da lì che è necessario partire per ipotizzare la risonanza che il messaggio, implicito nel minuscolo adesivo, è capace di generare nei suoi destinatari.
Il nostro logo designa un ulteriore quadro interpretativo. In un’era che anela all’hypervelocity, la conoscenza dei passi  necessari per  raggiungere le mete imposte dalla logica del consumo, diventa una danza per la vita. La sanzione è spietata:  una morte sociale.
Anche i valori investiti nella droga, in quanto adiuvante, mutano. Se ne attiva, nello specifico, la sua proprietà accelerante.
Il party diventa una pausa musicale che riconferma e legittima la frenesia della quotidianità.
Il piccolo anonimo continua a guardarci avvilito. “Non esisto”, piagnucola. “Sono il frutto di un coito antinomico”.
Non riusciamo a capirlo. In fondo la sua identità si sta lentamente manifestando.
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Il 2010 è l’anno dell’ultima Love Parade.
Il nostro primo contatto con quel Logo avviene attraverso “Il Giornale”. Con la descrizione di quell’incidente in cui hanno perso la vita 21 ragazzi, e a causa del quale le future edizioni dell’evento vengono cancellate.
Il simbolo della festa dell’Amore diventa, con un colpo di mano giornalistico, l’emblema della tragedia. La ricetta è semplice. La foto dello sticker, incollato   sull’asfalto, separa a metà la dichiarazione di un “sopravvissuto”. Il suo desiderio di musica e divertimento, promesso dall’evento, viene associato al suono di sirene ed elicotteri.
Ne segue lo sconcerto, pretesto per la disforizzazione dell’universo valoriale che la Love Parade, condensata in un Logo, suggeriva.
La danza diventa il presupposto della morte, piuttosto che la sua negazione.
Anche se il nostro amico è sempre più demoralizzato, non ci diamo per vinte.Continuiamo a cercare un presunto padre.
Ma il collegamento con un nuovo possibile referente non è così immediato nella rete. Qualche ricerca è d’obbligo, ma degli ideatori nemmeno l’ombra.
Scopriamo, però, qualcosa di nuovo.
Nato per sponsorizzare un canale musicale che trasmette i più attuali Dj techno, lo sticker rinvia ad un nuovo contesto.
Quello delle major, dell’organizzazione degli eventi, degli autori musicali, del logos che annulla quei valori attorno a cui il primo Rave mediatico aveva preso corpo.
Un nuovo volto dello sticker emerge e finalmente ne comprendiamo il paradosso. La sua esistenza marca la negazione stessa di quell’anonimato che, a partire dalla  prima Love Parade, era chiamato a veicolare.
La Festa dell’Amore si è dissolta per sempre, assieme alle contraddizioni che tessono il suo significato.
Ma quel “Get no sleep” continua a risuonare, come una melodia un po’ dolce e un po’ inquietante, tra gli spazi vuoti di una nuova forma di incoscienza.
Quella fame primordiale di ritmo che suggerisce un nuovo consumatore ideale.
Roberta Antonaci, Fabiana Mercadante
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