Natura viva con funghi. Gli autoritratti di Brian Lewis Sanders

Brian Lewis Sanders è un performer/disegnatore statunitense, ed è anche un tipo molto metodico.
Il 30 marzo 1995 comincia un esperimento: realizzare ogni giorno un autoritratto sotto l’effetto di uno stupefacente diverso.
Per portare avanti la ricerca usa di tutto: meth, cocaina, funghi, sciroppo per la tosse, erbe, morfina, gomme alla nicotina, gas per accendini, benzina, farmaci. Insomma, la sua è una continua visita a pusher e discount.
Nel suo minuscolo studio rompe lo stampo del mondo e ne rimodella la pasta. Alcune sostanze lo proiettano in un caleidoscopio di frattali fluorescenti ed altre lo immergono in una densa nebbia giallastra. Disegna le metamorfosi del proprio corpo e usa come titolo delle opere il nome e il dosaggio della sostanza assunta. La precisa annotazione del propellente chimico è alla base del suo progetto.
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Il gioco sta nel dare un volto a impronunciabili nomi molecolari; nel segnare un’equivalenza tra milligrammi e colori. Le opere di Lewis dicono: L’Adderal  è penetrare nella pianura in forma di serpente; 4mg di Dilaudid sono perdere le gambe tra le pieghe del divano.
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L’operazione è sottilmente sovversiva. Non perché l’artista sia strafatto o il suo segno puerile. Queste cose non impressionano più nessuno.
L’esperimento è interessante per altre ragioni, strettamente semiotiche: per il legame tra quadro e titolo.
In generale (e semplificando molto), il titolo di un ritratto può svolgere tre funzioni (di solito sovrapposte ):
  1. Attribuire un nome alla persona raffigurata: è il caso di Picasso che ritrae Gertude Stein, del Bronzino che ritrae Ugolino Mertelli o dell’ufficio anagrafe che aggiunge una fototessera ai documenti di identità.
  2. Proporre un’interpretazione dell’opera: è il caso dei numerosi “uomini con pipa” e “donne alla fontana”; nelle opere astratte queste indicazioni diventano meno ovvie, talvolta illuminanti.
  3. Distinguere l’opera da altre: è quanto accade ai reperti archeologici negli archivi delle sovrintendenze, dove numeri o  stringhe di consonanti hanno il solo scopo di individuare un pezzo tra tanti simili .
Questa terza funzione è solitamente implicata nelle prime due, ma in casi particolari può sussistere anche da sola. Ad esempio, “Mercurio passa davanti al sole” di Giacomo Balla rientra pienamente nella seconda funzione (offre una chiave interpretativa), ma, inevitabilmente, serve anche a identificare l’opera tra altre (terza funzione).
Nel caso degli autoritratti, i titoli sono spesso molto noiosi. La prima funzione è esclusa: inutile identificare la persona ritratta (per definizione corrisponderà all’autore); non resta che ricorrere alla seconda funzione: fornire una chiave di lettura dell’opera.
Il più delle volte, però, le interpretazioni proposte sono così pigramente descrittive che è davvero difficile considerarle come seconde funzioni reali: “autoritratto da vecchio” di Rembrandt  o  “autoritratto con testadi minerva” di De Chirico si limitano a etichettare elementi del quadro che lo spettatore ha già sotto il naso; non aggiungono nulla di nuovo.
Titoli del genere hanno l’unico scopo di individuare le opere all’interno della produzione degli autori. Si tratta quindi di terze funzioni goffamente mascherate da seconde.
Non è una regola; alcuni titoli di autoritratti rifiutano la piatta didascalia e forniscono  nuove informazioni: “autoritratto entro uno specchio convesso” del Parmigianino svela la causa delle distorsioni ottiche che notiamo nel quadro; non si limita ad indicarle.
In questo caso, come nelle opere di Lewis Sanders, il titolo indica l’artificio tecnico che ha prodotto il quadro. Dice: lo specchio convesso è questa specifica deformazione sistematica delle superfici.
A guardare bene, Lewis Sanders è persino più raffinato del Parmigianino; l’artificio discorsivo che mette in piedi è più complesso.
Nel caso del Parmigianino,  infatti, il titolo si riferisce solo al  mondo rappresentato nel quadro, non al mondo di chi fa il quadro; lo specchio convesso distorce il primo senza intaccare il secondo: non avanza alcuna pretesa sul modo in cui l’artista muove il pennello, sulle tracce della sua presenza fisica.
Nel caso di Lewis Sanders, invece, questa distinzione non è più legittima: il titolo si riferisce con la stessa efficacia sia a ciò che l’artista ha visto (e disegnato), sia al modo in cui ha stropicciato il supporto o giustapposto i colori.
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I 90 milligrammi di ABILIFY prendono tutto: sono una sensazione cui dare forma, una visione da fissare sulla carta, ma anche un certo modo di muoversi, una certa difficoltà nel tenere la matita e terminare l’opera. Sono qualcosa da disegnare, ma anche una particolare maniera di rapportarsi all’atto del disegno, alla gestualità che esso comporta.
Il DMT  non è solo la visione euforica di palle fluorescenti ma anche un sentimento di connessione algebrica col resto del mondo. Non solo una gamma cromatica da riportare ma anche una sicurezza diagrammatica da ripercorrere con la matita.
Non siamo così ingenui da credere che le variazioni da un dipinto all’altro siano causate esclusivamente dalla droga assunta, ma questo è il gioco proposto dall’autore e va accettato come tale.
La sua cultura visiva, il suo stile, la particolare fase (o fasi) di assunzione durante le quali ha operato, i ritocchi (più o meno massicci) da sobrio, sono gli elementi che hanno sicuramente determinato la fattura dei quadri; ma restano insondabili. E forse non è pertinente indagarli.
Valerio De Michele e Camillo Lanziano
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