Nascosti dietro al 34,5% di un dito. Perché è inutile nascondere i sondaggi elettorali

Ascoltando la radio in questi giorni, capita di sentire il conduttore rispondere alle chiamate degli ascoltatori con un “Buongiorno, non dire cosa voterai…” anzichè il più classico “Buongiorno! Da dove chiami?” a cui siamo abituati.  Questo, che, nel periodo pre-elettorale, magari non suona così strano, in realtà un po’ lo è.
Il motivo ufficiale è che in Italia  (cfr. questo pdf  che si rifà a questa legge), è proibito diffondere sondaggi elettorali nei quindici giorni precedenti il voto. Ma in realtà la questione è un po’ più complessa.

Innanzitutto il divieto esiste solo in Italia e in una manciata di altri posti al mondo. Per esempio in Spagna esiste solo il “giorno di riflessione”, cioè il divieto di fare campagna elettorale il giorno prima del voto.
Poi i sondaggi li si può fare e non diffondere. Ma, come è ovvio,  se qualcuno “li fa” poi ne conosce anche i risultati.
E allora chi è che può diffonderli e chi no? La questione è al solito un limite arbitrario posto per legge, e il succo è che sono i “mass media” a non poterlo fare. Ma cosa è, e cosa non è, un mass media?
Ci sarebbe da dire che un portale di statistica politica Polismeter, che già nel 2012 segnalava che il 29% degli italiani ha dibattuto quotidianamente di politica su internet, osserva come nel 2013 la percentuale sia salita fino ad arrivare a circa 10 milioni di interazioni  a contenuto politico in un mese.

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Succede inotre  che la società Swg chiede all’Agcom di poter distribuire questa app, che pubblica proprio sondaggi elettorali, e la risposta che viene data è affermativa. Perchè? La questione è, che per l’Agcom le app, stanno sugli smartphone e sui tablet, che non sono catalogabili come mass media.

Questo significa che come l’app di Swg, anche qualsiasi account su una piattaforma semichiusa, può teoricamente pubblicare i sondaggi. Cioè, per il garante un giornalista attraverso la sua pagina facebook, potrebbe pubblicarli. Nello stesso modo, potrebbe farlo una testata giornalistica o una tv dal proprio account, l’importante è che non sia un post aperto, ma ci sia una restrizione (per esempio di età).

E questo è il problema: la pagina di un media su un social network è o no considerabile l’estensione del media stesso? Per esempio, Libero su facebook può pubblicare qualcosa che non può pubblicare sul cartaceo?
E ancora, un giornalista può pubblicare delle informazioni da un suo account su un social network e poi non farlo sul giornale in cui lavora? Se sì, perché questo dovrebbe avere senso?

In ultima analisi, se l’intenzione del legislatore è comprensibile, non è però accettabile il risultato. I sondaggi non possono essere distribuiti da chi ha un’ importanza consistente nel mondo della comunicazione; tuttavia, per delle carenze  normative e dei cavilli interni e strutturali al funzionamento della comunicazione stessa, i sondaggi vengono fatti e diffusi comunque. E il rischio è quello di sondaggi non scientifici, poco credibili, diffusi proprio da numerose condivisioni e micrositi, che sfuggono alla dicitura di media di massa.

In sostanza, il web rompe la dicotomia tra mass media e ciò che non lo è. Ma il legislatore non sembra averlo capito nemmeno vagamente. La legge non sembra essere al passo sul funzionamento della comunicazione di massa in Italia. Perché non tiene conto che un articolo pubblicato da un profilo facebook, potrebbe esserepiù letto (soprattutto attraverso le condivisioni) rispetto allo stesso articolo pubblicato sulla pagina web del quotidiano.

Come spiegano questo articolo de The economist e quest’altro di Reuters, c’è un’ altra questione linguistica. Il fatto è, che la legge attuale si può bypassare semplicemente, non citando i nomi dei partiti o dei candidati. Cioè se parlo di Monti come di un cavallo da corsa, Grillo un suo avversario all’ippodromo e Bersani un altro cavallo ancora, ecco che nessuno potrà obiettare.
E infatti così è successo: negli ultimi giorni stanno proliferando, post cammuffati da discorsi sui cavalli, nomi di possibili cardinali papabili o ricette per dolci, in cui in realtà si diffondono sondaggi elettorali.

C’è anche un terzo modo per aggirare la legge italiana. Il più banale di tutti: pubblicare i sondaggi su testate non italiane. Il Ticino on-line dalla Svizzera intervista Nicola Piepoli, presidente dell’omonimo istituto e anche  Antonio Valente, politologo e Ceo di Lorien. Due che per lavoro svolgono indagini di mercato e statistiche, da una manciata di km dal confine pubblicano dati sulle intenzioni di voto italiane. E, come è ovvio che sia, l’articolo è cliccatissimo dagli utenti italiani.

Se poi si volesse un ulteriore motivo per discutere l’utilità della legge, ci sarebbe la questione sul “se” e “come”, questi sondaggi prima del voto, influenzino effettivamente l’elettorato.
Un articolo di Andrea Curiat su Wired.it spiega attraverso l’opinione di Anna Montanari, docente di sociologia e fenomeni politici, come la questione sia controversa e difficilmente decidibile. Tanto che, per testare l’influenza dei sondaggi sugli elettori, Alice e Makno & Consulting fecero, in concomitanza con le elezioni, uno studio nel 2006. Come?
Con un sondaggio.

Enrico Pitzianti

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