Simbolico, indicale… E porno. Considerazioni semiotiche su pornocrazia e mass media

Le veline, le modelle che pubblicizzano minuteria idraulica, le vallette destinate a ore di sorridente mutismo: il ruolo della donna nei media è spesso avvilente. Non è un mistero. Ormai è un argomento da talk, un salvagente per editorialisti in crisi di idee. Un facile esercizio di moralismo.

Una delle parole in voga negli spazi di comoda denuncia è Pornocrazia. Il termine individua una sorta di dittatura del porno. Come se la pornografia avesse esteso i propri stilemi e sceneggiature ad altri ambiti, anche lontanissimi. La moda, i mass media, i rapporti interpersonali e affettivi sono stati colonizzati dai film hard, ne ereditano i sistemi di attese e la rigida definizione dei ruoli.

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I cardini del porno (la donna-oggetto, l’esibizione della sua complice passività) trovano nei media nuove declinazioni. Evolvono nei principi basilari della tv generalista:
– La bellezza è l’unica ragione che giustifica la presenza di una donna e si impone come criterio principale per definirne il ruolo (la bella, la brutta ma simpatica, la bella e simpatica).
– Il corpo femminile è inteso come giustapposizione di attributi sessualmente attraenti: seno, gambe, sedere; sostituibili con altri simili (una valletta vale l’altra, purché carina).
– Alla donna è negata la profondità interiore, la possibilità di giudicare criticamente gli eventi (la soubrette è destinata ad assecondare la conduzione maschile; nelle trasmissioni di calcio la sua competenza desta meraviglia).

Secondo questa lettura, la pornografia è colpevole di aver imposto alla televisione le bambole anonime che conosciamo; le ragazze indistinguibili pronte a fondersi nei balletti o a darsi il cambio nella consegna dei premi.
Questa bellezza porno-televisiva rispetta i caratteri delle burocrazie weberiane: è una funzione da assolvere secondo procedure astratte, al di fuori di ogni personalizzazione. Le veline occultano gli indizi troppo marcati della propria individualità; devono restare figure di un tema. Caratteri, non persone.
In sintesi, la porno-teoria individua due continuità e le equipara:
i) continuità tra il porno e la tv;
ii) continuità tra le pornostar e le vallette (che ne rappresentano una versione appena edulcorata).

Sono convinto, invece, che solo il legame pornografia/tv sia reale, mentre quello tra veline e pornostar sia molto incerto. Cercherò di provare, anzi, che è proprio il solido rapporto tra piccolo schermo e pornografia a dimostrare la distanza tra vallette e attrici hard.

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Sondiamo il rapporto tra pornografia e televisione: entrambe nascono come registrazioni di eventi realmente accaduti, appartenenti allo stesso mondo dello spettatore; solo distanti, nel tempo o nello spazio.
L’hard ed i media condividono quindi un regime che potremmo definire indicale: offrono allo spettatore tracce vive di eventi reali. Sono finestre (o buchi della serratura) aperti sul mondo (o sulle camere da letto).
Hanno la stessa funzione dei cannocchiali o dei microscopi, sono protesi: consentono di vedere cose altrimenti nascoste. Sono, etimologicamente, dispositivi dell’ o-sceno, di ciò che normalmente si sottrae alla scena, alla visibilità.

Lo spettatore è un testimone: accoglie i disastri aerei, i rapporti sessuali, le dichiarazioni dei politici come un arricchimento del proprio mondo. Non è un sognatore; non c’è alcun patto narrativo da abbracciare: quanto si vede è reale. I sistemi di registrazione che servono a trasmetterlo non vengono occultati: i presentatori, come gli attori hard, difficilmente dimenticano di avere davanti una videocamera; anzi, fanno spesso riferimento alla sua presenza. Si rivolgono direttamente al pubblico, ammiccano, dicono “Voi a casa”.
La tv e il porno sono un affare tra persone reali, come i videocitofoni. Il pornografo vuole sentirsi chiamare per nome, non da un’attrice ma da una donna esistente, con una carta di identità.

Fin dalle origini del cinema, il porno è stato contraddistinto da questa dimensione indicale, poi ereditata dalla tv. Al lato opposto c’erano (e ci sono) i film, di finzione o storici, dominati da una dimensione simbolica.
Questa è tipica, oltre che dei film narrativi, anche dei giochi di ruolo: il regno del “si fa come se”. E chi partecipa (anche solo come spettatore) si tira momentaneamente fuori dalla vita reale e accede a una dimensione “altra”. Ne accetta le regole, il gioco proposto: non corre in soccorso dell’eroina che sta per essere assassinata sul palco, ammette che alcuni uomini possano volare, cavalca un manico di scopa come fosse un cavallo.

Si allestisce un mondo possibile più o meno articolato. Gli oggetti e le persone reali devono piegarsi ai ruoli previsti, ne diventano un’estemporanea manifestazione. Ma mai l’unica possibile: lo stesso copione può essere messo in scena da compagnie diverse, la stessa parte recitata da attrici – entro certi limiti – molto differenti. La dimensione simbolica fonda criteri di sostituibilità, ragioni per ritenere che una cosa valga l’altra: rende un ramo ed una spada equivalenti nei giochi infantili, consente ad attrici diverse, purché carine, di svolgere lo stesso ruolo dell’amata lontana.

Arriviamo quindi al punto: La funzione puramente decorativa che rende le vallette tutte uguali e la marmellata di corpi che ne scaturisce (e che tanto ci indigna) rientrano in un meccanismo genuinamente simbolico; anzi, siamo al grado zero della dimensione simbolica: l’equivalenza davanti a un ruolo. Il porno c’entra ben poco; la dimensione indicale esclude dinamiche simili: il pornografo vuole persone, donne esistenti; non esemplari anonimi di avvenenza, burocrati della bellezza catodica.
La presenza femminile in tv, nei suoi aspetti più criticabili, è il risultato di un meccanismo simbolico che agisce localmente all’interno di uno scenario in prevalenza indicale: le veline sono una riserva indiana, una regione di pixel a statuto speciale.
Non sono sole: la logica simbolica agisce ogni qual volta c’è da sacrificare una persona a un ruolo. Quando i tg parlano della presidenza della repubblica in astratto, come carica costituzionale, i servizi ci mostrano immagini di repertorio nelle quali Napolitano gira per l’ufficio come un debosciato: apre una cartellina, ne estrae due fogli, va alla finestra, torna indietro carezzando il bordo del divano. Sembra impegnato ad assumere gli atteggiamenti del presidente-tipo; e, poiché nessuno sa in cosa consistano, si limita a non fare nulla.

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Sul piccolo schermo affiorano quindi “macchie di simbolico”, ma è rischioso generalizzare. Ad esempio, escluso l’innesco comune, il torpore di Napolitano ha poco a che fare con le veline. Il passaggio dall’indicale al simbolico che si consuma sulle loro gambe e seni ha una funzione diversa: è un meccanismo di interdizione; una strategia del moralismo mediatico.
È come se la tv giudicasse inopportuno, inaccettabile il regime indicale quando c’e’ di mezzo un corpo nudo. I presentatori, i concorrenti dei quiz, gli attentatori al tg possono continuare a guardare negli occhi gli spettatori, possono presentarsi come individui davanti ad altri individui; ma una ragazza discinta non può farlo. Il suo sguardo richiederebbe un coinvolgimento imbarazzante, ingestibile. Di qui il bisogno di “sfumare” verso forme simboliche, di sostituire i caratteri alle persone, i ruoli ai corpi. La necessità di impedire che il suo sguardo continui a essere davvero il suo.

I media hanno sacrificato l’identità delle donne, la loro riconoscibilità come individui, all’accettabilità sociale dei pruriti maschili. Naturalmente non sostengo che il porno sia il regno della libertà femminile. Solo che, paradossalmente, ha qualche carta in più per diventarlo.

Valerio De Michele

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2 risposte a “Simbolico, indicale… E porno. Considerazioni semiotiche su pornocrazia e mass media

  1. Pingback: Tra porno e morte. Estetica del reality | SemioBo·

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