World Press Photo contest. Metafore e passaggi di stato in due esempi di fotogiornalismo contemporaneo

“Non sarebbe sbagliato parlare di persone che soffrono di coazione alla fotografia: al trasformare l’esperienza in un modo di vedere”.
[Susan Sontag.”Sulla fotografia”]
Come può un corpo solido farsi liquido e insieme gassoso?
Come un tronco sradicato riesce a stare ritto in acqua?
Una salma umana galleggia, semi decomposta, su una superficie liquida. Gli arti si confondono con la sostanza fluida che li ingloba. Il cielo riflesso è attraversato da nuvoloni che minacciano pioggia.
Si diradano sulla superficie. Rinviano a una tempesta che al limite c’è stata, ma per ora è terminata.
La massa corporea del cadavere è centrata e circoscritta.
I due corpi, quello solido umano e quello fluido, sono congiunti, contigui. Si sovrappongono alla materia aerea delle nuvole.
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I resti inanimati, irriconoscibili di un’esistenza interrotta bruscamente, non conservano tracce distintive della battaglia per la sopravvivenza. Fluttuano abbandonati all’inevitabile anonimato di una corrente continua e inarrestabile.
Il tono marrone grigiastro, indefinibile, opaco e uniforme del cadavere marca l’annullamento dell’identità. Si unisce al blu acceso della natura che lo ingloba. Il corpo è chiuso e statico.
In contrasto con il dinamismo delle nuvole, crea la contrapposizione tra continuo e discontinuo.

Il colore tenue del cadavere opposto a quello vivace della natura, celebra la vita che prosegue anche dopo la morte. La vignettatura, sul bordo inferiore, conferisce drammaticità e disforia. Il corpo è al tempo stesso mostrato e nascosto, sottolineato e svilito. Quasi totalmente annullato e neutralizzato, non è più un corpo umano, ma piuttosto un ramo reciso, o una nuvola, insomma una massa inghiottita dalla regolarità di un eterno presente.

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Un altro corpo, quello sradicato dell’abete, si staglia fiero sulle onde dell’oceano. L’immagine è nitida e ben a fuoco.
Siamo su una spiaggia anonima. Il fusto secco e scuro dell’albero è inglobato dallo spazio acceso e luminoso della natura.
Il contrasto cromatico tra marrone e azzurro rinvia ad una lotta il cui esisto non è ancora deciso.
Nonostante la marea, il corpo rimane in piedi.
È centrato e leggermente spostato verso il basso. Le linee che lo compongono sono ben definite. Anche se è agonizzante resiste. È vivo, animato e lotta ancora contro la violenza dell’acqua.
Le radici puntate in direzioni diverse, come tentacoli, sono attive, in movimento.
Le onde creano l’effetto dinamico di resistenza, di battaglia non ancora conclusa.
Immagini di questo tipo non lasciano dubbi sulla necessità impellente di riformulare la realtà, sperimentarne nuove prospettive e angolazioni.
Il repertorio della nostra immaginazione è ostruito da un flusso visivo martellante.
Le immagini onnipresenti, se da un lato nutrono l’immaginario occidentale, dall’altro lo affamano di pixel, dettaglio, qualcuno direbbe “realtà”.
Le guerre, come le catastrofi naturali, restano il bersaglio prediletto degli obiettivi fotografici.
Il soggetto onnipresente di una fucina incessante di figure e riproduzioni.
La domanda è quanto informative esse riescano ad essere, lì dove eccedono quantitativamente.

Se la fotografia, per sua natura, ritrae e mostra, quella digitale esibisce, con una certa compiacenza. E il suo legame con la scena reale della rappresentazione appare indiscutibile, al punto da far dimenticare la presenza di un soggetto produttore. Di una sua inevitabile intenzionalità.

Il digitale si fa garanzia di verità, certezza. Il suo potere uniformante è inquietante.
Lì dove lo sguardo ritaglia, l’automatismo e l’alta definizione normalizzano.
In relazione a questo apparire vero, vediamo in che modo le due immagini di apertura, estrapolate tra i vincitori dell’ultimo contest fotografico indetto da World Press, orientano il giudizio epistemico dell’osservatore.
Il fotogiornalismo, per costituzione, impone all’enunciatario uno sguardo esente da scetticismi.
Il fatto, dunque, che le immagini in questione provengano da un repertorio reportagistico, ne assicurerebbe la verità di rappresentazione.
Ciò non toglie che un primo sguardo distratto, ma fondamentale, registri una discrepanza nel giudizio sulla scena reale e su quella testuale.
Le due immagini giocano sullo straniamento dell’osservatore, a cui si chiede un grosso impegno di comparazione tra verità e verosomiglianza.
Il destinatario del messaggio si trova doppiamente in difficoltà: tanto nel decidere a quale mondo appartiene la rappresentazione (in relazione a quello in cui egli è calato); quanto nell’assegnare corrispondenze tra il mondo dell’immagine e quello di riferimento.
Lo sforzo ulteriore che gli si chiede è quello che in critica letteraria prende il nome di sospensione di incredulità.
Nella foto del soldato che “galleggia tra le nuvole”, mancano punti di riferimento spaziali. Quello che sappiamo essere vero nella scena rappresentata, ce lo racconta la descrizione verbale che accompagna e ridefinisce il testo visivo.
È il commento a svelare la realtà di quel corpo che, a primo impatto, ci colpisce proprio per il suo anonimato.
La reinterpretazione del reale, che l’enuciatore visivamente comunica, stravolge il rapporto della realtà con l’immagine.
Tra l’oggetto della rappresentazione e quello reale si instaura un nuovo regime metaforico. Il lettore, nel processo di categorizzazione dell’esperienza testuale, è orientato a considerare gli elementi dell’inquadratura sotto un’ottica differente rispetto a quella abituale.
Il corpo umano cessa di essere prettamente umano, per fluttuare solo in quanto corpo. Impersonale, si immerge in un altro, leggero, impalpabile, che ne ridefinisce il peso specifico.
Ciò che sappiamo essere vero (la vittima di un conflitto violento), diventa inverosimile (un corpo sospeso tra acqua e cielo).
Qualcosa di analogo avviene con il tronco della seconda immagine.
La relazione metaforica che risemantizza l’oggetto procede ad una sua umanizzazione.
Esso, inserito in uno spazio che non gli è proprio, sembra librarsi sulla superficie liquida e attiva.
Anche qui l’essere (l’albero che il testo verbale definisce sradicato e morto) non corrisponde al suo apparire, vivo e combattivo contro l’azione dinamica e contrastiva della marea. Verrebbe da dire che sta “ritto in piedi”, nonostante essi non poggino su una superficie.
Si tratta in entrambi i casi di soggetti, che in virtù del loro statuto metaforico si connotano di informazioni aggiuntive, inattese, improbabili. Costringono il lettore a riconsiderare il proprio atteggiamento rispetto allo scenario proposto, a riconoscere un punto di vista “altro”.
Il tutto in prospettiva di un riscatto da quell’automatismo della visione, che è il rischio più alto della riproduzione tecnica dell’immagine.
Yulia Gordeeva, Fabiana Mercadante
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