Metalinguaggi e nuovi sincretismi: “A bocca chiusa” di Daniele Silvestri

Quattro linguaggi per fare una canzone. Due persone per cantarla.

Questa è A bocca chiusa, il brano che Daniele Silvestri, con Renato Vicini (uno tra i maggiori interpreti italiani della lingua dei segni), ha eseguito alla 63a edizione del Festival di Sanremo. Un’esibizione inattesa e delicata pochi giorni prima dell’uscita del video ufficiale, altrettanto particolare. Particolare perché verbale, visivo, sonoro e LIS (Lingua Italiana dei Segni) si intrecciano per raccontare la storia di un uomo di mezz’età stanco di un passato di lotte, forse inutili, ma deciso a non arrendersi per cambiare il domani.

Un testo, quindi, più sincretico di altri (come direbbe un semiotico): un video cioè che ai tradizionali tre regimi linguistici aggiunge quello dei segni. Di più, lo fa diventare protagonista. Gli affida il compito di cantare la storia completa. Per questo ci sentiamo smarriti quando, a cavallo tra seconda e ultima strofa, possiamo solo guardare, senza capire, una sequenza di gesti privi della cornice di parole.

Si rovescia così un rapporto assodato. Le parole diventano puro accessorio per farci comprendere ciò che vediamo; le immagini non sono più solo supporto del verbale. Il testo si trasforma in vero e proprio metalinguaggio, una lingua che ne spiega un’altra: la LIS. Senza la voce del cantante niente ha senso, il visivo non ci narra nulla, neppure una storia diversa da quella scritta.

Come si intrecciano allora parole e segni? Quale effetto di senso produce un video costruito attorno a un uomo non più giovane (Vicini, appunto), a petto nudo e scalzo che, su sfondo bianco, trasforma la canzone in gesti?
Per facilitarci il compito, dividiamo la clip.

1. Prima strofa: Io
Da un lontano sfocato, un uomo cammina deciso verso di noi mentre si toglie la camicia, quasi in gesto di sfida. A fuoco, sul suo petto nudo e sul bianco della parete, si succedono segni che, come ombre cinesi, traducono ciò che ascoltiamo. Con una sineddoche visiva, vediamo solo parti del corpo; in conclusione uno sguardo stanco e opaco.
Il racconto è quello della sua storia, di un presente e del bilancio di un passato che lo spettatore può solo ascoltare.

2. Seconda strofa: Noi
Sul mezzo busto sono proiettate immagini di folle agitate, di cartelli che rivendicano il diritto alla cultura, momenti di un passato recente. Il corpo, ora, è presentificazione di una storia collettiva di cui lo spettatore non fa parte. L’incipit “Fatece largo che…” coincide con uno sguardo duro, in camera, che interpella chi è al di là dello schermo come fosse parte di coloro che ostacolano il cambiamento. “Accusa” ribadita anche alla fine.

3. Terza strofa: Tu
L’inquadratura si allarga: finalmente vediamo la figura intera dell’uomo. Dopo secondi vuoti di senso (per noi udenti), Vicini si ferma e torna a guardare fuori dallo schermo. Come il ritmo, ora i gesti sono incalzanti, ampi, accoglienti. Dandogli del tu, invita lo spettatore ad aprire gli occhi per capire quante persone, nonostante i tentativi di essere zittite, continuano a lottare, anche in silenzio.

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Dopo questo breve excursus, ci è forse più chiaro come gestualità e parole si annodano tra loro. Tuttavia, per completare il quadro dobbiamo aggiungere un’altra riflessione.
La piccola ma grande rivoluzione di questo video non consiste solo nel contribuire a diffondere la lingua dei segni, ma anche nel tentare di sgretolare quel mito di eterna giovinezza che impera in Italia.
Lo “scandalo” è un uomo di mezza età, ormai canuto, a torso nudo, in sovrappeso e con tutti i suoi difetti sbattuti in primo piano. Viene così negato il dover essere giovani, belli, vigorosi e imbattibili imposto dalla pubblicità commerciale. L’uomo non è più un manufatto costruito ad hoc.
Di fronte a noi c’è un corpo nudo che, come raccontano le parole, figurativizza una persona inerme, fragile, stanca che, però, non rinuncia a resistere. Di fronte a noi un viso e degli occhi svelano tutto il caos emotivo, che muove dalla disperazione alla speranza, di un uomo qualunque.

Gloria Neri

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