Arma a doppio taglio. Il dibattito fra Obama e l’America pro armi

In seguito alla tragedia di Newtown si è rianimato il dibattito sulla detenzione delle armi da parte dei civili americani. Sembra che il presidente Obama non voglia perdere l’occasione per ridefinire le leggi che regolano la distribuzione delle armi, specie quelle d’assalto. Ma la strada è impervia. Perché il dibattito politico americano soffre da molti anni del condizionamento – anche linguistico – incoraggiato dai media e dalle lobby del settore.

Nel corso dell’ultimo decennio, le interpretazioni giuridiche del secondo emendamento costituzionale hanno liberalizzato in modo massiccio l’uso privato delle armi, riconoscendolo come un diritto inviolabile al pari del voto e della libertà di espressione. In merito a questo, recentemente il giornalista Nate Silver del New York Times ha riportato la frequenza con cui alcune parole inerenti al dominio delle armi sono comparse sui quotidiani americani: l’uso dell’espressione “gun control” ha subito un crollo a favore dell’uso di termini come “gun rights” e “second amendment”.
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Consapevole di questa tendenza, Obama ha orientato i contenuti della sua campagna politica sullo sgomento animato dalle stragi del 2012. Il sacrificio dei venti bambini di appena sei anni nella scuola di Newtown ha convogliato l’opinione pubblica verso un forte e indiscusso sentimento di solidarietà. Fin dai primi discorsi che hanno seguito la tragedia, il presidente ha tentato di sfruttare questa ondata di emotività per mettere in dubbio l’accesso indiscriminato alle armi.
Abbiamo esaminato la pagina Facebook del presidente Obama e il sito internet Whitehouse.gov, e ci siamo accorti che, da dicembre a oggi, gli argomenti della campagna pro riforma sono mutati significativamente.
I primi messaggi successivi al massacro di Newtown citano le frasi chiave dei discorsi di cordoglio tenuti dal presidente e dalla First Lady. In tutti la cittadina del Connecticut diventa l’emblema della condizione emotiva e sociale dell’intera nazione. Il dolore della piccola comunità viene esteso a ogni singolo americano, chiamato a identificarsi nei protagonisti della vicenda. Dal punto di vista umano, nel dramma delle famiglie colpite si rispecchiano le paure di qualsiasi genitore preoccupato per l’incolumità dei propri figli. Dal punto di vista politico, Newtown riflette un problema di portata più generale: è stato fatto abbastanza per la protezione dei bambini americani? La società è in grado di garantirla con strumenti adeguati? La risposta è per il momento un secco “no”.
Riconoscendo questa debolezza, Obama si appella al senso di responsabilità dei suoi interlocutori e traduce la loro inquietudine in una presa di posizione risolutiva. Anziché condannare direttamente l’uso delle armi, i messaggi della campagna diffusi all’inizio del 2013 insistono sul messaggio “do something against gun violence”.
Do something: non eliminare, ma fare qualcosa. Gun violence: non contro le armi, ma contro la violenza con le armi.
Non si tratta di una sfumatura da poco: una sottigliezza linguistica come questa scongiura il rischio di spaccature nell’opinione pubblica che una presa di posizione più netta provocherebbe inevitabilmente.
In effetti, la campagna del governo insiste – anche in modo autoreferenziale – sul consenso raccolto dalle proposte “contro la violenza” in due modi:
– La coesione. Il “we” del presidente coinvolge indistintamente tutto il popolo americano. Infatti vengono diffusi dati che riportano altissime percentuali di adesione al suo disegno di legge.
– La trasversalità. Non si può non essere contro la violenza: americani, repubblicani, membri delle lobby, persino Reagan – risorto, paradossalmente, come testimonial democratico – stigmatizza le armi d’assalto.
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Ma in una nazione assuefatta alla retorica sul diritto alla difesa armata, neanche i trentamila morti per arma da fuoco stimati nel 2012 convincono gli americani a serrare la fuciliera di casa e gettare la chiave. Le politiche di Obama hanno letteralmente agguerrito le frange più bellicose e, di fatto, più economicamente interessate a polarizzare il dibattito.
Wayne LaPierre, vice-presidente della NRA (National Rifle Association), è l’esponente di spicco dell’offensiva in corso e, certo, non ha mai pensato di lasciare il suo fucile a prendere polvere. Da tempo famoso per esternazioni come “l’unica cosa che ferma un cattivo con la pistola è un buono con la pistola”, dopo Newtown, LaPierre si è espresso contro la violenza nelle aree gun-free – a cominciare dalle scuole. A patto che siano tutte presidiate da ufficiali armati.
La NRA ha deciso abilmente di raccontare uno scenario d’assedio. Il mercato nero non riposa mai e non c’è regolamentazione che impedisce ai malviventi di rifornirsi delle più funeste armi da guerra. Ogni americano rispettabile deve difendere i propri figli e il resto della famiglia: gli interventi legislativi non fanno altro che complicare questo diritto inalienabile. In questa battaglia non c’è spazio per chi non sta al passo.
I bambini sono al centro della contesa. Retoricamente parlando, sono il concentrato dei tratti che definiscono la vittima perfetta. Ingenui, deboli, non hanno colpe da scontare: spetta a qualcuno difenderli. Se nel modello comunitario proposto da Obama l’obbligo di proteggerli è demandato alla società, per i promotori del fai-da-te si tratta di difesa.
E la difesa è una questione personale.
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Luca Libertini e Davide Puca
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