Scary boys e bad girls. Il cinema antinarrativo di Harmony Korine

Se sei cresciuto negli anni Novanta non puoi negarlo, ti si legge in faccia.
Puoi dire di non avere amato Madonna, o Michael Jackson. Di non avere canticchiato un pezzo delle Spice Girls. Ma prima o poi qualcosa ti tradisce e in silenzio fai i conti con il fatto che gli anni Novanta sono anche questo; e sono quello che sei, che tu lo approvi o meno.
Ogni pretesto potrebbe essere quello giusto.
Il mio ha un nome che fa pensare a una donna. Un’età che potrebbe essere la mia (o quasi).
La mia passione per le immagini, l’avversione per la narratività.
Perché se sei cresciuto negli anni Novanta ai programmi narrativi, tu, ci credi poco.
E dal cinema non ti aspetti di capire il mondo, ma di ricordarti che puoi sentirlo.
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Harmony Korine non ha inventato nulla e le sue storie di freaks  non aggiungono contenuto alla spirale di controsenso dell’immaginario artistico contemporaneo.
Il ruolo dello schizofrenico in Julien Donkey-Boy, sembra sbucare da un reportage della Arbus.
Non meno gli altri persognaggi emarginati che nel film condividono, seppure in forme diverse, la sua follia.
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I mostri informi, in Trash Humpers, ci ricordano la figuratività del post-human, dei manichini inquietanti della Sherman, dalla sessualità scomoda nelle loro pose sgraziate.
In Gummo, lo sguardo dell’autore, si fa attivo e partecipe della rabbia e delle insicurezze di quegli adolescenti a cui Tillmans aveva dato voce nei suoi scatti.
Un’umanità che si lascia implodere nella propria sensibilità, affogata dall’afflato dei suoi fluidi organici, figure (ricorrenti nel giovane regista) di abiezione e disagio.
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In linea con la poetica del fotografo e con il suo interesse verso le generazioni Mtv, in Spring Breakers, Korine ricalca il linguaggio del famosissimo programma musicale. Ce ne ripropone figure e ruoli tematici: seni e muscoli ondeggianti, studenti e studentesse catturati nella sospensione delirante di una pausa orgiastica dalla realtà quotidiana. E mentre il ralenti celebra, nell’incipit, il trionfo dei giovanissimi corpi scolpiti, la sonorità minacciosa della dubstep fa strada all’irruzione del perturbante.

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Come gli “scary monsters and nice sprites” di Skrillex, incastonati in una dance music festosa, quei corpi artificiosamente perfetti presentificano la loro innaturale inumanità.
Il cinema di Korine, in linea con l’intertestualità del tempo, non cela i suoi infiniti riferimenti, ma li trasforma in testimonianza fisica di un mondo che pesta lo schermo, arriva dritto allo stomaco, come una realtà che ignora di potere essere rappresentata.
Prima dell’estetica estrema e disturbante di Trash Humpers, Korine comincia a scuoterci con Gummo.
La sua sperimentazione è qui teneramente impietosa. Il vuoto si trasferisce dalle maschere dei mostruosi “humpers” alle solitudini dei cittadini di una piccola comunità sopravvissuta ad un tornado.
La vita è raccontata nei suoi punti morti, all’interno di un sistema che ha però perso ogni riferimento.
L’azione intera ha inizio come programma narrativo d’uso determinato da un agire senza meta.
È bravo Korine a farci temere noi stessi, la nostra umanità, quel piccolo mostro di nervi e carne che odia il silenzio eppure ci si rintana, come il giovane “coniglio” rosa che tiene tutto d’occhio, seppure a distanza.

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Ma quel colore rosa, ora in versione fluo, ora innocentemente desaturato, è una figura che ritorna nei suoi film.
È quel filtro ottico tramite cui, noi spettatori, entriamo in contatto con la fredda realtà cromatica rappresentata.
È il simbolo di una sensibilità che si impone, nonostante l’alienazione.
È il passamontagna che Vanessa Hudgens e Ashley Benson, acerbe icone pop, indossano in Spring Breakers, nell’estremo tentativo di scoprire il lato oscuro della loro umanità, attraverso l’esperienza disumanizzante di una strage a sangue freddo.
Il gesto delle bad girls è convalidato dalla finzione cinematografica. Le Spring Breakers possono tutto nella misura in cui credono di recitare in un film.
Una “proiezione” che finirà, tutto sommato, per riportare loro e lo spettatore a una normalità (forse) più rassicurante.
Fabiana Mercadante
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