L’intertestualità del matrimonio gay

Tutto inizia con Sanremo: è la prima serata e dopo il contestatissimo Crozza arrivano persino i gay. Oh mamma. E invece succede quello che non ti aspetti: i due faccini puliti, camicia e jeans, si siedono e iniziano a sfogliare i loro cartelloni con un sottofondo musicale pacato. Ci siamo conosciuti in un’occasione pubblica, ci siamo scambiati i numeri di telefono, ci siamo dati il primo bacio: i sorrisi e l’ironia di una coppia, che dopo più di dieci anni di relazione si racconta, strappano gli applausi della platea dell’Ariston. Anche la galleria batte la mani quando Stefano e Federico ostendono quei due cartelli, pesanti come macigni: vogliamo sposarci, perché ci amiamo. Sarà anche seconda serata, ma siamo pur sempre a Sanremo, siamo pur sempre su Raiuno.
La sorpresa però arriva qualche giorno dopo. Siamo ancora in piena campagna elettorale e la performance della coppia è un’occasione troppo ghiotta per lasciarsela scappare. Ci pensa Fratelli d’Italia ed è subito polemica: la parodia lanciata in rete in meno di due ore è marchiata, omofoba. Eppure i contenuti non sono così forti, non c’è nulla di nuovo: Giovanardi avrebbe fatto di peggio. I due militanti veneti, con sorriso malandrino, parlano di famiglia formata da un uomo e una donna, come base del futuro dell’Italia. In chiusura sfoderano l’asso nella manica: “non votate con il culo”, slogan elegante per una parodia su due omosessuali. L’opinione pubblica è indignata, la stampa si scatena e Meloni e Crosetto sono costretti a correre ai ripari: l’effetto del video è disastroso.
Per capire il perché di tutta questa polemica dobbiamo tornare a Sanremo. È difficile infatti attaccare una performance così confezionata, tanto pacata e poco provocatoria da far storcere il naso a parecchi opinion leaders gay e soddisfare invece il pubblico del Festival, che pacato certo non è.
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Lasciamo da parte il dibattito sul matrimonio omosessuale, non è ciò che qui ci interessa. Il problema piuttosto è nei cartelli. Stefano e Federico sono consapevoli dell’antecedente della loro esibizione e sfruttano il riferimento intertestuale tutto a loro vantaggio; gli attivisti veneti invece non hanno visto Love Actually. La dichiarazione d’amore nel film è il chiaro archetipo della performance: i ragazzi come Mark parlano d’amore, come lui parlano per cartelli, perché il loro è un amore che non ha voce.
I cartelli quindi aiutano a esprimere qualcosa che non si può o non si riesce a dire. Nascondono l’Autore e lasciano grande spazio al loro Lettore: il suo coinvolgimento avviene a livello patemico, stiamo parlando d’amore e gli spazi bianchi lasciati dai testi sono facilmente colmabili; ma il coinvolgimento avviene soprattutto a livello enunciativo; il Lettore è infatti anche artefice di questa comunicazione. È lui la voce del testo ed è grazie alla sua continua sanzione che il testo di realizza. In Love Actually Keira Knightley sorride, al Festival il pubblico applaude e così i cartelli cadono uno dopo l’altro. Siamo quindi di fronte a un Enunciatore no inclusivo, velato, ma molto forte.
Ma ai Fratelli d’Italia veneti tutto questo non viene in mente e così nasce un video kamikaze. Un video in cui, per forza di cose, non c’è nessun Lettore che possa dare il proprio cenno d’intesa, che possa mostrare di condividere quel che legge. Il problema è che deve leggere. E come se non bastasse tutto quello che passa su cartelloni è colmo di riferimenti a Fratelli d’Italia, giusto per rimarcare lo squilibrio verso l’Enunciatore. Il simbolo di partito è alle spalle dei due militanti e appuntato sulle loro giacche; loro credono, loro sono impegnati nella campagna elettorale, loro amano le donne, specialmente la Meloni.
Se questo è il loro pensiero, perché devono passare per la voce del Lettore? Banalmente perché non hanno capito che parlare per cartelli significa coinvolgere l’Enunciatario, per parlare insieme, per chiedere a lui di pronunciare parole che non si possono pronunciare da soli.
Si può quindi chiedere al proprio Lettore di parlare d’amore, di condividere emozioni e sentimenti che tutti hanno provato nella vita; ma non si può chiedere di parlare d’odio, di discriminazione e di volgarità. Non si può chiedere al proprio Lettore di prendersi da solo in giro: non devo votare con il culo. Perché si ribellerà. Il lettore.

Annina Loscalzo

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