Luciana Littizzetto personaggio femminile dell’anno. Negazione e affermazione di uno stereotipo

Anche quest’anno la TV ha proclamato i suoi piccoli grandi Oscar.

Ai nomi improbabili sono stati affiancati quelli più prevedibili: uno di questi è Luciana Littizzetto.
La sua presenza costante e irriverente nel programma di Fabio Fazio, Che tempo che fa, è approdata sul palco dell’Ariston. E proprio questa nuova, brillante, esperienza di conduzione le ha permesso di conquistare l’ambito premio.

Luciana Littizzetto, donna del Festival e dell’anno: un metro e cinquantotto asciutto e ben tenuto; energica, simpatica e spigliata. Scelta certamente non per la sua bellezza.

Una novità se pensiamo alle figure mute delle edizioni passate. Quelle showgirl, top-model e attrici con un unico e indispensabile denominatore comune: una bellezza statuaria.
Quest’anno, però, c’è stata qualche differenza e Fazio, padrone di casa della kermesse, ha provato a farci “mangiare la verdura”.
Lucianina ci ha risparmiato entrate in scena svenevoli su tacchi tremolanti, i vestiti così lunghi da fare inciampare, o così svolazzanti da rivelare eccessi di intimità all’occhio indiscreto della telecamera.
Ci ha evitato i cinque minuti di piano sequenza sulla scalinata del palco o le discese gradino per centimetro corporeo. Tutte cose studiate per imbambolare gli spettatori di mezza età, gli uomini poco avvezzi a tali bellezze, e le casalinghe disperate in grembiule, poco attente alla buccia d’arancia sulla loro coscia.
Luciana questo non l’ha fatto. Ma il sospiro di sollievo non è così profondo, perché a replicare tali “intensi” momenti di televisione ci hanno pensato le belle comparse di questa edizione: Carla Bruni, Bar Rafaeli, e soprattutto Bianca Balti.
Ma molti telespettatori (non tutti, bisogna dirlo) sono stanchi di questa televisione che si rifà a quei modelli di fine anni ’80 con le ragazze Fast-food di Drive In, le Veline di Striscia la Notizia e le ragazze coccodè diIndietro Tutta! strizzate in corpetti e costumini ridottissimi.
L’ostentazione di quei valori è una cattiva abitudine. Uno stereotipo, conservatore e conformista.
Sì, la Littizzetto a Sanremo, con le parolacce e l’ironia sfacciata rivolta a direttori d’orchestra, cantanti e ospiti, ha preso a calci un modello di televisione che ha l’uomo come principale attore. Ha avuto, quasi sempre, il controllo della situazione. Non si è lasciata intimorire; non le ha tremato la voce quando ha dovuto improvvisare per colmare i vuoti della diretta.

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Eppure, a ben vedere, nemmeno lei è riuscita a dare un vero e proprio calcio al vecchio stereotipo maschilista della donna-oggetto.

Con Bar Rafaeli sul palco la pantomima si è ripetuta: mentre Fazio restava a bocca aperta, la modella si cimentava in una performance musicale nel tentativo di dimostrare di non essere solo bella: ha provato a suonare la batteria, ma l’emozione le ha fatto dimenticare come si fa. Prova qualificante fallita e nessuna competenza sanzionata.
A Bianca Balti, è stato detto che “tira tutto su, ascolti e non solo”. Battuta infelice, soprattutto se pronunciata a pochi giorni di distanza dalla polemica contro Marcorè che aveva rivolto una battuta del genere a Mara Carfagna; ancora più infelice, poi, la risatina di risposta della modella.
Insomma, loro sono state le vallette belle che non ballano ma Luciana è stata quella che lo ha rimarcato quando le immagini non parlavano da sé.
La stessa Luciana che, nel corso del Festival, ha mostrato a Fazio il suo modo svilente di trattare le belle donne sul palco. Con i mille “Brava!” che ha rivolto loro per avere letto correttamente il nome di un artista, il conduttore sembrava sottolineare l’ironico stupore di fronte a un’attività cerebrale inattesa.
Luciana che ha recitato un monologo contro la violenza sulle donne, in occasione del One Billion Rising.
La stessa che ci ha chiesto: “Ma la bellezza è così importante nella vita?”
 
La Littizzetto ha provato a dimostrarci che la bellezza non è importante; che lei è diventata un’apprezzata donna di spettacolo senza essere bella; che è intelligente e non ha avuto bisogno di un tacco spropositato e una scollatura esagerata per emergere.
Allo stesso tempo, però, ha avuto sempre il bisogno di fare la macchietta, di recitare la parte della sfigata brutta e intelligente.
Ha avuto bisogno di modelle attraenti su tacco 12 con cui confrontarsi per l’abissale differenza di statura. Prontissima a esultare a ogni piccolo inciampo di quelle donne irreali.
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Serata finale del 63esimo Festival di Sanremo
A noi spettatori, invece, non bastano solo le parole giuste e ben confezionate in un monologo. Servono delle giuste parole improvvisate, uno sguardo meno languido da parte dell’uomo e uno meno invidioso da parte delle donne.
Gli italiani che hanno iniziato a gradire la verdura hanno bisogno di qualcosa in più. La televisione italiana anche.
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Francesca Venezia
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