L’identità a rovescio. Instagram e le immagini non innocenti

La fotografia non mostra la realtà,
mostra l’idea che se ne ha.
[Neil Leifer]
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Vi presento Instagram. Un Social Network in cui si comunica principalmente attraverso le immagini catturate dal telefonino ed elaborate con dei filtri. Il testo verbale c’è, ma è ridotto a un piccolo commento opzionale.
La nota applicazione, amata oppure odiata, ma conosciuta ormai quasi da tutti, offre la possibilità di creare un profilo composto da centinaia di piccole foto che raccontano le vite degli utenti, giorno dopo giorno.
Ma la domanda è: “perché a qualcuno dovrebbe interessare la mia banalissima esistenza quotidiana ripresa con il telefonino e ritagliata in formato 5×5?”
Possono davvero le foto rispecchiare l’identità degli utenti? O modificare le abitudini e le competenze reciproche dei soggetti che interagiscono sul Social?
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Cosa fa Instagram?
La piattaforma attiva il meccanismo di partecipazione attraverso i “mi piace” e i commenti sulle foto. Fa sì che l’interazione tra i soggetti sia comunicativa, informativa, ma soprattutto affettiva. Infatti, la sua visualità crea una sensazione di estrema intimità.
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Il Soggetto (l’utente Instagram) cerca di congiungersi con il proprio Oggetto, il “Mi piace”, investito del valore “visibilità”. Ovviamente, più follower ha più visibilità acquisisce.
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Viziato dalla società contemporanea, il Soggetto non vuole far altro che attirare l’attenzione, far sapere al mondo che esiste, che è bello, brillante e interessante. Per avere molti seguaci le sue fotografie devono essere sempre più curate, studiate e accattivanti.
Da qui la pulsione maniacale di costruire un’immagine di sé fuori dall’ordinario.
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L’utente manipola di continuo quell’Io che sarà valutato dagli altri, e per lo più da chi nemmeno conosce nella vita reale. E fa ciò attraverso un meccanismo di persuasione, con lo scopo di fare credere che ha una vita più interessante e splendida di quella reale. Rende più attraenti gli scenari di tutti giorni, trasformando in un’occasione speciale le narrazioni stereotipate come le bevute con gli amici, i pasti, il cucinare, i cani che giocano, le vacanze al mare.
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Il Soggetto stesso inizia ad autoconcepirsi come migliore di quanto lo sia realmente. Si sfumano le frontiere tra l’identità fittizia e quella vera.
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Così, una semplice colazione si trasforma in una messa in scena. Una passeggiata domenicale si converte in una ricerca sfrenata di immagini da postare. Lo shopping con le amiche diventa una passerella fotografica.
La vita del soggetto enunciatore, ossia di un Instagram-addicted, cambia dal momento in cui ogni singolo evento, per quanto ripetitivo e banale possa sembrare, potrà essere condiviso con milioni di persone.
Da qui una specifica visione del mondo: tutto quello che il Soggetto fa e quello che è deve essere impeccabilmente bello. Non importa se la fotografia è sensata, non importa se è originale, basta che presti una particolare attenzione alle qualità estetiche di quello che rappresenta.
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La “condivisione” diventa una necessità, una droga; i “like” provocano un enorme godimento; i nuovi “follower” un’indescrivibile soddisfazione.
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Lo spazio privato diventa così uno spazio pubblico. L’individuo è consapevole di essere osservato e giudicato dagli altri. Ed è proprio quello che cerca.
Una volta entrati nel gioco non ci sono più limiti – non su Instagram – nella costruzione dell’identità: ne fanno parte le foto a torso nudo, nel bagno, nei momenti intimi, fino alle occasioni speciali…
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Insomma, se volete che il mondo scopra la vostra esistenza, perché no, aprite un account su Instagram.
Se volete che apprezzi il vostro “Io” virtuale, create un bel profilo affinché molti lo seguano.
Se volete che la vostra identità sia amata da migliaia di persone modificatela con dei filtri, aggiungeteci un po’ di hashtag, mescolate il tutto con dei commenti insoliti. Ed è fatta!
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Yulia Gordeeva
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