Adiuvanti mancati. Jon Satrom e le ultime frontiere della New Media Art

Ci sono quelli che, con gli occhi lucidi e il cuore in sussulto, sostengono che l’arte sia magia, e hanno buone ragioni per farlo. Ci sono poi quelli (indovinate chi) che, con gli occhi lucidi e il cuore in sussulto, sostengono che l’arte consista in mirabolanti trasformazioni del senso. Ma, in fin dei conti, che differenza c’è?
Una donna bacia un rospo, e voilà!, il rospo diventa un principe. Un uomo prende della terra e la spalma sulla parete di una caverna, e voilà!, la terra diventa un bisonte. Un altro stacca un pisciatoio dalla parete di un bagno pubblico, lo espone – mi piace pensare che sia andata così – e voilà!, il pisciatoio diventa una fontana. Jon Satrom traffica per una ventina di minuti sul desktop del suo Mac, e voilà!, il desktop diventa un parco divertimenti.
Forse a causa del forte contrasto cromatico tra lo sfondo totalmente nero e le righe di testo decisamente bianche, o forse perché si aprono inaspettatamente, fatto sta che le finestre del terminale spaventano le nuove generazioni di utenti. Sono bruttine, è vero, e ricordano la preistoria dell’interazione informatica, i tempi difficili in cui, anziché cliccare su icone simpatiche e colorate, si dovevano buttar giù righe e righe di messaggi in codice, anche solo per fare una partitina a Pac-man.
Oggi il terminale lo adoperano quelli che con il computer ci sanno fare e che per accedere alle cartelle nascoste nei meandri dei loro hard disk, preferiscono parlare direttamente con la macchina, senza mediazione alcuna.
Bene. A Jon Satrom tutto ciò non interessa. Lui il terminale lo usa per mostrarci il caos, il flusso di pensiero confuso, la mente digitale che ragiona e sragiona in forma di scritte multicolor.

I suoni di Skype non vengono dal cielo e la loro origine non è una questione metafisica: ci sono cartelle specifiche in cui sono stivati. Il software li esegue sempre uno alla volta, nel rispetto di quei principi simbolici che garantiscono la funzionalità dei programmi e li rendono facilmente intellegibili.
Bene. Jon Satrom se ne frega, lui li fa suonare tutti insieme. Li esegue in loop servendosi di iTunes e li organizza in un brano dalle sonorità un po’ techno, un po’ musique concrète.
Poi, sfrutta le funzioni dinamiche dell’interfaccia Mac, quelle che ingrandiscono, riducono spostano di qua e di là, su e giù, per trasformare il desktop in una pista su cui calcolatrici, icone e finestre, ballano a tempo di “bleeps”.

Un artista smanettone, direte. È vero. Anche senza gli occhiali a fondo di bottiglia e una personalità sociopatica, questo giovanotto di Chicago con la camicia a quadri e la barba da hipster è un nerd patentato. Ciò che mostra durante le sue performance sono i risultati di giornate intere passate ad armeggiare con software di ogni natura. Sono spesso abandonware o deadware, programmi abbandonati o morti: programmi dimenticati da un mondo, quello dell’informatica, che, nel nome dell’innovazione perpetua, rimpiazza febbrilmente i prodotti che mette sul mercato.
Satrom, con piglio alchemico, li recupera e li riporta in vita, come faceva il dottor Frankenstein. Nascono così degli assemblage in codice binario, dei freaks informatici burloni e chiassosi, animati, tuttavia, da un nobile proposito: la ribellione contro le calcificazioni del senso.

Screenshot Satrom

I computer sono delle protesi: migliorano certe facoltà e sopperiscono alla mancanza di altre. Dal punto di vista della narratività greimasiana, sono degli adiuvanti modali: chi li utilizza riceve delle competenze, dei poter-fare che permettono di portare a termine programmi narrativi concreti, come scrivere un testo, vedere un sito, ascoltare un brano musicale e quant’altro. Questo è il motivo per cui i computer significano prevalentemente in funzione di valori pratici.

I software indemoniati e i click impertinenti di Satrom tendono a contraddire questi valori e aprono orizzonti di significazione insospettati. I temi del delirio, dell’inefficienza, del gioco, che emergono incessantemente nel corso delle performance, rendono il computer, e in particolare l’interfaccia, il luogo del non-pratico, del gratuito, del ludico.

Con questo slittamento semantico, Satrom ci mostra la versione contemporanea della macchina celibe di Duchamp. E quando lo vediamo armeggiare confusamente con programmi vetusti che sanno di immondizia digitale, è difficile non pensare all’amore con cui Schwitters costruiva la sua Merzbau: una casa-installazione fatta di oggetti dimenticati, di rifiuti. Certo, la consistenza è diversa, ma lo spirito pare lo stesso, perché dal lavoro del giovane artista americano emerge l’insofferenza verso gli sprechi dell’era industriale, sprechi che avvengono pure nel mondo delle codifiche binarie.
Forse perché sono troppo “morbidi” e non hanno odore, forse perché non è necessario acquistarli al supermercato, è facile dimenticare che anche i software sono coinvolti nelle dinamiche aberranti del consumo: appagano bisogni, ne producono di nuovi. Satrom ne è consapevole e sceglie la via della ribellione, attuando una politica artistica del riciclo: lui non crea, lui non distrugge, lui trasforma. Tutto.
La materia prima e gli strumenti con cui dà vita alle sue performance non sembrano mai raccolti in funzione del progetto ma, al contrario, è il progetto stesso che pare essere definito in funzione di essi. Con la freccia del mouse, Satrom viaggia per gli spazi delle interfacce alla ricerca di idee e momenti estetici da condividere: così seleziona, sposta, scombina e ricombina, secondo quel fare che, come avrebbe detto Luigi Pareyson, mentre fa inventa il modo di fare.

Luca Libertini

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