“Università da vivere” Vs Università da “studiare”. Considerazioni sullo spot dell’Alma Mater

Ci sono le botteghine di via degli Orefici, storiche vetrine di frutta e verdura fresca di stagione; la Sala Borsa con le sue innumerevoli possibilità di lettura e intrattenimento; un locale di musica jazz, una spiaggia e il relax mentale che offrono solo le onde del mare; la corona d’alloro e la tanto agognata laurea festeggiata in Piazza Verdi.

C’è tutto questo nell’ultimo spot dell’Alma Mater “Università da vivere”.

alma mater 10 secoli di storia
Poi c’è l’altra, l’Università da “studiare”.
Quella fatta di ore sui libri, mentre nell’osteria sotto casa la gente si diverte; di giornate intere trascorse nell’aula studio di Palazzo Paleotti, che apre alle otto e trenta e chiude meravigliosamente alle ventidue.
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Ok, adesso il quadro è completo. La mia Alma Mater è anche questa. E, dalla corsa ai posti che tocca fare nelle biblioteche a prima mattina, direi che è anche quella di molti altri studenti.
Sicuramente meno affascinante di quella descritta sopra, ma esiste. Esiste una Bologna fatta di biblioteche e aule studio da cui i ragazzi dello spot, però, non sembrano così presi.
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L’Unibo, enunciatore del testo, ci parla attraverso la voce di cinque studenti che l’hanno scelta e che raccontano il motivo per cui l’hanno fatto. Sono loro gli aiutanti, in termini greimasiani, dell’atto di manipolazione che l’enunciatore-destinante si propone di attuare, e sono, al tempo stesso, i simulacri degli enunciatari-destinatari: sono studenti che hanno scelto l’Alma Mater proprio come altre potenziali e future matricole potrebbero fare.
Ma come prova a persuaderci?
Le immagini e le parole dei ragazzi presentano l’Università che tutti vorremmo; ne danno una valorizzazione utopica, ossia esistenziale: non ci mostrano le sedi universitarie, le aule, le biblioteche (eccezion fatta per la Sala Borsa che è tutto fuorché una semplice biblioteca). Una voce dall’accento iberico ci dice che si può essere cittadini del mondo in un’unica città, perché innumerevoli microcosmi sono presenti al suo interno; un’altra voce, questa volta orientale, sottolinea che si può essere circondati di storia e di cultura nell’Università più antica del mondo. Altri due ragazzi ci dicono che si può guardare al futuro, che si può essere liberi di scegliere per le tante possibilità che offre e la ricca offerta formativa che propone.
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Ma non è tutto oro quello che luccica. C’è la componente verbovisiva a ricordarci che si tratta di un’Università e non del campeggio estivo.
I dati che compaiono in sovraimpressione entrano più nel concreto, facendo leva su una valorizzazione pratica: ci sono numeri e percentuali che ci fanno tornare con i piedi per terra e ci ricordano che per immatricolarci e vivere questa fantastica esperienza, possiamo/dobbiamo scegliere un corso di laurea fra i 212 offerti. Ma anche questi, con la loro presenza discreta, non spezzano la magia del racconto.
Lo spot dell’Alma Mater può fare a gara con le migliori pubblicità di prodotto sul mercato. Mentre scorrono le immagini dimentichiamo che a parlarci è un’istituzione.
Una comunicazione che, adottando precise soluzioni stilistiche e narrative, si fa affiancare a destra dalla logica di brand e a sinistra da quella cinematografica. Da una parte bisogna vendere un prodotto nel modo più accattivante possibile, dall’altra figurativizzare l’ideale di vita che sarà offerto al proprio privilegiato consumatore. E proprio in virtù di quest’ultimo obiettivo, perché mostrare tutto se possiamo scegliere le parti migliori?
In effetti è proprio così. Quello che vediamo in questo spot non è una costruzione inverosimile.  È  certamente parte della nostra esperienza universitaria. La parte migliore però. Quella a cui piace pensare ai ragazzi della scuola superiore, mentre immaginano i loro prossimi anni di vita; quello che ci fanno vedere al cinema o in tv.
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Per questo ci spingiamo un po’ oltre, dicendo che lo spot potrebbe avere l’effetto desiderato proprio su quegli studenti, non ancora iscritti, che sognano questa Università. Ma l’enunciatore è pur sempre un’istituzione universitaria che sta parlando di se stessa. Così compare nelle ultimissime sequenze del video, dopo la forte interpellazione del destinatario attraverso lo sguardo in camera del neolaureato.
Giunta quasi alla fine del mio percorso universitario, riconosco che mi iscriverei di nuovo all’Alma Mater di Bologna, ma aggiungo che ho scelto e sceglierei anche l’Università da “studiare”.
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Francesca Venezia
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