Pinuccio chiama. Quattro spunti per una satira virale

 Che cos’è il genio? Fantasia, intuizione, colpo d’occhio e velocità d’esecuzione. [“Amici miei” –  Mario Monicelli]

Forse Peirce non condividerebbe del tutto la citazione, ma la battuta del Conte Mascetti descrive felicemente l’efficacia di un nuovo fenomeno mediatico: la satira virale.
L’ultima dal Web ha i capelli raccolti in un codino, lo sguardo paraculo e pessimista, dietro gli occhiali da nevro-hipster. I suoi video “fatti in casa” stanno lentamente infettando i Social Network.
Mentre nell’abisso telematico, qualcuno vocifera la morte del giornalismo nazionale, Alessio Giannone, giovane attore e regista barese, sperimenta un nuovo modo di fare informazione.
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“Pinuccio Sono”, nome e cognome della trovata originale, è il prototipo del “faccendiere”, esperto in clientelismi e inciuci politici. Un personaggio preso in prestito da una realtà che nella corruzione ci sguazza e ci fa sguazzare.
Ma qual è la storia di Pinuccio?
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La sua analisi vuole essere uno spunto per immaginare le modalità di un rapporto finalmente dialogico con il potere.
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1) Fantasia 
Ispirato alla figura di Valter Lavitola, Pinuccio, con le sue telefonate ai potenti, ci assicura un posto in prima fila in quel teatrino occulto, trito e volgare che, dopo lo scandalo delle intercettazioni, non può essere ignorato.
Un’ “ironia della sorte” attraversa la comicità del giovane regista.
Pinuccio, attante incaricato di veicolare il contenuto ironico, coincide con quello stesso attante bersaglio dell’ironia: un se stesso ignaro di essere visto, impegnato in un programma narrativo di sopravvivenza, a dispetto di ogni rivoluzione culturale, sociale e politica.
Un atteggiamento che, in un altro contesto, susciterebbe indignazione, qui ci fa ridere.
“Pinuccio chiama. Enrico Letta presidente”: basta il solo titolo dell’episodio a suscitare il riso, seppure amaro, in quel terzo attante della comunicazione ironica, a cui il messaggio è indirizzato.
Manifestazione di una Lobby insana – così l’autore la definisce in una delle sue interviste (come se una sana fosse pensabile) – Pinuccio agisce per garantire la sua esistenza e quella del suo destinante. Quella Suocera che gli ha dato accesso a una rete di contatti illimitata e che pilota agilmente tutti i suoi movimenti.
Nel gioco della finzione, il segno cessa di avere come referente la realtà, per diventare un segno di un segno di oggetto: lo stereotipo di un italiano di bassa statura morale e intellettuale, dall’escamotage facile, intrigante come ogni macchietta della commedia dell’arte.
È questa doppia azione che l’attore è chiamato, grotowschianamente, a incarnare.
Con una gestualità arrogante e un linguaggio sfacciatamente popolare, deride se stesso e quel mondo che lo ingloba.
Il gioco degli specchi definisce, così, la fisionomia dell’adiuvante: il cittadino in cui l’abitudine al favoritismo è troppo radicata per potersene sbarazzare. È lui il vero ostacolo alla decostruzione, messaggio ultimo che l’attore Alessio, antisoggetto del suo stesso personaggio, è chiamato a veicolare, in quanto spazio fisico del discorso.
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2) Intuizione
John Landis, durante la prima a Bologna di “Burke and hare”, ammoniva la sua vicina di poltrona, aspirante cineasta sfiduciata, a impugnare la telecamera e girare un film, senza troppi indugi.
Sosteneva che, nell’epoca del digitale, non vi fossero scuse per non improvvisare una produzione; per non lasciare circolare le proprie idee liberamente.
Tradotto in termini monetari, il messaggio del grande regista è un invito a riflettere sulla potenziale libertà di espressione che la tecnologia digitale consente. Non sono necessarie attrezzature sofisticate, né un’accademica formazione cinematografica.
È interessante osservare come il giovane Alessio abbia intuito la lezione, facendo di un’estetica, volutamente o necessariamente rozza, la chiave di volta del suo messaggio.
La satira è efficace quando mette in evidenza le falle del potere, i suoi errori, senza avere colore.
L’assunto suona retorico quando per fare satira è necessario uno studio televisivo che ne garantisca la trasmissibilità.
Al giovane regista basta un’idea, una telecamera e nessun sostegno economico – si spera. Il resto lo fa la rete.
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3) Colpo d’occhio
Goldoni, Totò e adesso la Commedia dell’arte, che si riaffaccia con Pinuccio, sintomo di un’involuzione dell’immaginario collettivo, o di quel tarlo infaticabile che non ha mai smesso di definirlo.
Ma lo sguardo del “faccendiere” può aiutare gli italiani a mettersi in discussione? Specchiarsi e riconoscersi è il primo passo per sistemare quello che in un aspetto stona e se non sono i cittadini a “sistemarsi” di fronte a quello specchio, l’Italia avrà un Pinuccio dietro l’angolo, sempre e comunque. Il giovane autore non lo ignora, forse, e gioca con questa macrometafora che, nell’ambiguità del punto di vista, trova la sua forza. Nel gioco enunciativo non è facile rintracciare l’istanza che orienta la prospettiva narrativa, quando autore, marionetta e personaggio diventano un unico stereotipo schizofrenico. Pinuccio parla come parlerebbe Alessio: sa bene che troppi Italiani non hanno coscienza politica. Che riconfermano, con il loro silenzio, la logica lobbistica, lì dove la biasimano acriticamente. Grazie a Pinuccio queste logiche si manifestano concretamente. L’effetto di realtà è reso dall’inquadratura sporca, senza prospettiva. Il soggetto è proiettato in un ambiente intimo, anche troppo: la sua casa, spesso il suo bagno. Una scelta stilistica che, se non “sfonda lo schermo”, ne oscura la superficie interna. Lo spettatore è così legittimato a scrutare, senza essere scrutato, il riflesso di una realtà spicciola e oscena, che non trova modo migliore per essere raccontata nella sua deformità.
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4) Velocità di esecuzione 
La satira virale, grezza e senza artifici, fa paura.
La gente ha poco tempo per informarsi e l’informazione satirica non è esaustiva. Rischia di ridursi a pettegolezzo. Ma la sua finalità è intrinsecamente divulgativa: sfrutta l’immediatezza telematica, arriva anche dove l’occhio non vuole vedere, battendo sul tempo l’informazione ufficiale che resta, alla lunga, quella vincente. Perché chi legge conosce bene la trama e di Pinuccio non ha bisogno. Anzi, forse guarda anche lui con sospetto.
Il timore più grande resta, però, quello del confronto.
Pinuccio è un esperimento, non solo per il suo giovane autore, ma per chiunque abbia volontà di dire la sua: attraverso i Social Network, infatti, chiama direttamente in causa un potere ancora troppo restio al dialogo con i cittadini.
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Fabiana Mercadante
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