Quando un’analisi semiotica finisce in una bolla di sapone. Riflessioni estemporanee su giochi e oggetti ludici

C’era una volta un coloratissimo tubetto con dell’acqua e sapone. Con questo e una cannuccia, intere generazioni hanno trascorso ore a creare bolle dalle forme bizzarre e i colori cangianti.

C’era una volta… e rischia di non esserci più.

Da qualche tempo, ha fatto la sua comparsa sul mercato (rionale e non solo) un oggetto dall’aria apparentemente innocente: la sparabolle. Una specie di pistola ad acqua, a batterie, che, opportunamente caricata, produce bolle di sapone a ripetizione. Bene, a giudicare dalla sua diffusione, questa piccola diavoleria potrebbe ben presto far scomparire il suddetto tubetto.

Una sparabolle

E allora? – direte voi – Cosa ci sarà mai di così interessante? Alla fine sono solo giocattoli.

Alla fine, appunto.

Quella delle bolle di sapone è, prima di tutto, un’attività creativa: una forma ludica in cui il soggetto si cimenta nella creazione di un qualcosa di effimero, ma pur sempre tangibile. Plasma oggetti di grandezza e forma sempre diverse a cui dona un’esistenza attraverso il suo soffio… vitale.

Da tempo immemore, tubetto e cannuccia mettono il bambino di fronte all’acquisizione di una competenza. Un saper fare che matura e affina progressivamente, procedendo per tentativi. Nel suo percorso di apprendimento spesso interviene in suo aiuto un coetaneo, o un adulto. Dunque, questi oggetti favoriscono anche forme di relazione ben precise, in generale tra un primo soggetto già in possesso di un saper fare e un secondo che ne è sprovvisto e desidera acquisirlo.

Nella sparabolle, invece, la creatività è del tutto assente: le bolle vengono prodotte in serie, pressoché identiche, da un meccanismo tutto interno all’oggetto; inoltre, l’acquisizione di un saper fare si riduce sostanzialmente al pigiare il tasto che funge da “grilletto”. Più che di un sapere, il soggetto che impugna la sparabolle risulta in possesso di un potere. Potere che diventa particolarmente evidente (e fastidioso) se per caso (?) il bambino iniziasse a “mitragliare” un malcapitato compagno di giochi. Tutto questo, dunque, incide anche sulla dimensione intersoggettiva, dal momento che le occasioni di relazionarsi con l’altro si traducono spesso in un fare polemico, più che in una forma di collaborazione.

Ma non solo. Da sempre, il passo successivo alla creazione delle bolle è la loro distruzione. I piccoli, infatti, provano l’irresistibile tentazione di far scoppiare le bolle che loro o altri hanno fatto. Corrono, saltano, si affannano nel tentativo di romperne il maggior numero possibile. In altri termini il soggetto le considera un oggetto di valore con cui congiungersi, andandogli incontro o magari inseguendole.

Nel caso della sparabolle, invece, le cose vanno diversamente. Il nome e la sua stessa conformazione ne fanno un oggetto dagli evidenti richiami bellici. E belliche sono alcune sequenze di azioni che suggerisce. Non è raro, infatti, vedere un bambino utilizzarla come un’arma e puntarla verso chi gli sta intorno. In questi casi, la quantità e la rapidità con cui vengono prodotte, fanno delle bolle qualcosa da cui difendersi, da cui allontanarsi se non si vuole che scoppino sul viso o magari negli occhi.

È vero, in fondo si tratta sempre di bolle di sapone, ma i due oggetti implicano competenze e forme di interazione profondamente diverse. E se “bisogna considerare che i giochi dei bambini non sono soltanto giochi e che è necessario giudicarli come le loro azioni più serie” (de Montaigne), altrettanto seria è la scelta dei giocattoli.

Antonio Laurino

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7 risposte a “Quando un’analisi semiotica finisce in una bolla di sapone. Riflessioni estemporanee su giochi e oggetti ludici

  1. Ciao Antonio,
    da semiotico e game scholar, quando ho letto il titolo del tuo post son corso a leggerlo.

    Non son proprio d’accordo con te, ma mi sembra che il tuo possa essere un punto di partenza per un’analisi che mi piacerebbe leggere.

    Ti seguo fino alla “tecnicizzazione” delle bolle di sapone: il metodo manuale richiede un saper-fare, quello meccanico è automatizzato e tutto centrato sulla performance. Però inizio a essere meno d’accordo quando, implicitamente ma neanche tanto, suggerisci che la versione automatica sia di per sè meno creativa.

    Quello che tu suggerisci è valido solamente se consideri la medesima pratica “fare bolle di sapone”. In questo caso, chi le fa manualmente ha più capacità di intervento creativo (ed errore!).
    Ma quello che dimentichi è che lo stesso oggetto può inserirsi in tanti tipi di pratiche diverse. Immagina per esempio un gioco urbano, simile a nascondino o a una caccia al tesoro, in cui un partecipante può utilizzare delle bolle di sapone per segnalare la propria posizione (bisognerebbe pensarci meglio, ma spero che di essermi spiegato…). Un’azione di questo tipo è possibile solo con lo sparabolle e non col mezzo tradizionale.

    Insomma: questo è uno dei tanti casi in cui semiotica e game design si toccano – lo sparabolle non è negativo “di per sè”, è piuttosto “diversamente creativo” e andrebbe inquadrato in una pratica ludica diversa. Ovvio che se il game designer non fa questo, è deludente.

    Se scrivi un articolo sui molti usi ludici delle bolle di sapone, sarò un tuo lettore 🙂
    ciao

    • Ciao Gabriele,
      grazie del commento 😉 Non avendo competenze specifiche di game design (ma mi piacerebbe approfondire questo campo), mi sono limitato a cogliere alcuni tratti salienti dei due oggetti. In effetti, quando parlavo di creatività, mi riferivo solo a quella insita nella pratica del “fare bolle di sapone”. D’altro canto, l’analisi meriterebbe di essere ampliata e approfondita, magari partendo proprio dai tuoi spunti, che trovo molto interessanti. Mi sa che tornerò presto sull’argomento 🙂 Ciao!

      • ciao Antonio,
        ho capito il tuo punto – in effetti se fai un’analisi degli oggetti, il necessario per fare le bolle “alla vecchia maniera” ha tratti salienti molto diversi dallo sparabolle.
        Senti, per quanto riguarda il game design, avrei una proposta da farti. Mi contatti in privato? (se clicchi sulla mia icona, mi trovi su FB)

  2. Caro Antonio,
    trovo il tuo articolo molto interessante anche perché sono pochi i semiotici che si interessano ai questi giochi più “tradizionali”.
    Mi trovo però d’accordo con Gabriele, sul fatto che lo sparabolle possa dare luogo ad una creatività diversa. Posso tentare di disegnare figure con le bolle, farne dei grappoli insieme agli amici e cose simili. Se magari non faccio scoppiare personalmente le bolle posso provare a colpirle con altre bolle per vedere che cosa succede.
    E’ vero, come dici tu giustamente che il tema bellico presente nel gioco modifica il senso delle bolle, ma questo non vuol dire chel’aggressione di bollicine debba per forza essere rivolta conro un altro giocatore e non da due giocatori verso un nemico immaginario…
    Quando si parla di giochi entra sempre in scena la nostra infanzia che tramite la nostalgia rischia di farci interpretare alcuni segni in maniera arbitraria (o “più” arbitraria). Un po’ come Barthes che si scaglia contro i moderni giocattoli senz’anima, che sono invece quelli che hanno marcato più profondamente la nostra infanzia!
    Ad ogni modo l’argomento e l’approccio sono molto interessati e ne seguirei con piacere gli sviluppi!

    • Ciao Mattia,
      ti ringrazio 🙂 Appena ne avrò l’occasione, proverò a indagare le altre pratiche creative all’interno delle quali può inserirsi l’uso della sparabolle. A presto dunque 😉

  3. Concordo in tutto e per tutto! Ci occupiamo di giochi didattici ed ogni giorno la nostra missione è spiegare alle persone quanto “giocare sia una cosa seria”. Curiosità ed immaginazione sono fondamentali per i bimbi, ma spesso alcuni tipi di giochi più “commerciali” inibiscono queste capacità. Speriamo che la cultura del gioco intelligente si diffonda sempre di più… per un futuro di bimbi creativi e fantasiosi, affascinati dalle bolle di sapone e non unicamente dall’arma che le crea 😉 Complimenti per l’articolo e buona giornata!

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