Prospettive semiotiche: Il self-mapping e l’approccio etnosemiotico nello studio delle città

Durante un recente workshop internazionale, tenutosi nella città di Prijedor in Bosnia, ci siamo confrontati con il difficile compito di analizzare, da un punto di vista semiotico, una città.

Il primo e più evidente problema è stato quello della definizione dell’oggetto di studio: cos’è una città? Quali sono i suoi limiti? Quali sono i suoi caratteri salienti?

Tutto ciò è stato reso ancora più critico dal fatto che Prijedor fu teatro di una tremenda guerra civile tra il 1992 e il 1995. Più di 5000 bosniaci e croati furono uccisi e la maggior parte delle case appartenenti alle due etnie sottomesse furono rase al suolo, durante quello che viene appunto chiamato il “massacro di Prijedor”.

Ci siamo dunque trovati nella complessa situazione di dover analizzare un luogo che, oltre ad aver avuto quelle normali stratificazioni architettoniche e storiche tipiche di ogni città, ha subìto, a causa dei vari conflitti etnici sfociati in una sanguinosa guerra, continue cancellazioni e riscritture topografiche. Processi che hanno portato a una smemorizzazione del paesaggio urbano.

Obiettivo del workshop, intitolato Identities of spaces. Spaces of identities. Before and now, è stato quello di capire in che modo determinati luoghi potessero farsi portatori di un’identità storica, fortemente condizionata dalle guerre che hanno marchiato indelebilmente il tessuto urbano e sociale di Prijedor.

Un buon punto di partenza per uno studio delle identità cittadine ci è stato fornito dall’urbanista Kevin Lynch che, nel suo testo L’immagine della città, identifica 5 tipi di elementi che gli individui utilizzano per creare mappe mentali di uno spazio urbano: percorsi, margini, quartieri, nodi e riferimenti.

lynch1

Questo workshop in terra bosniaca si è rivelato un’ottima occasione per testare un nuovo metodo di analisi ideato dai membri del CUBE di Bologna: il self-mapping, già ampiamente testato sulla città di Bologna.

Si è provato, quindi, a replicare “in piccolo” l’esperienza bolognese per poter capire l’effettiva validità del progetto nel breve periodo, con un numero relativamente basso di rilevazioni e con l’ulteriore difficoltà dell’effettuare l’analisi in un luogo completamente sconosciuto.

Ma di cosa si tratta?

Stando alle parole degli autori, il self-mapping è un ambizioso progetto di mappatura sviluppato per fondare una nuova metodologia di analisi degli spazi urbani, incrociando l’analisi dei dati rilevati tramite tecnologia GPS con una metodologia strettamente etnosemiotica. Un approccio innovativo che costruisce ipotesi e teorie a partire dall’osservazione diretta dei fenomeni.

Una semiotica field che, abbandonato il grigio tavolo dell’approccio desk classico, si “sporca le mani” andando a osservare direttamente alla fonte i fenomeni di costruzione di senso. Le domande che l’analista farà a sé stesso saranno: perché quella via e non un’altra? Perché quel palazzo e non quella piazza?

naked-city

Prendendo spunto da precedenti tipi di mappatura non convenzionale, come le “mappe psicogeografiche” di Guy Debord e le “Emotional maps” dell’artista Christian Nold, si è cercato di sviluppare un nuovo tipo di mappa, non legato ai soli caratteri topografici di uno spazio urbano e che riuscisse a rendere conto anche dei diversi modi di fruizione dei vari individui all’interno della città.

Ovviamente, l’effettiva portata euristica del metodo è tutta da verificare. Si tratta di studi ancora in corso: una ricerca fatta di continui aggiustamenti teorici, con l’obiettivo di costruire un metodo stabile e riutilizzabile in ambienti urbani eterogenei.

Nello specifico del workshop, durante le esplorazioni (concedetemi il termine) ci si è concentrati su alcune categorie ritenute fondamentali nello studio della cittadina. Le tre opposizioni prese in considerazione sono state:

1 – memoria vs oblio;
2 – pubblico vs privato;
3 – vecchio vs nuovo.

Partendo dai 5 tipi di luoghi descritti da Lynch, si è cercato di capire come un visitatore, elemento esterno alla città ma momentaneamente al suo interno, riesca, partendo da una conoscenza parziale del tessuto urbano, a creare un simulacro mentale della città nel suo complesso e arrivi a costruire, usando un termine della semiotica greimasiana, un referente immaginario globale.

Roberto Molica

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