Qui e ora. Marina Abramović e l’artista come parte dell’opera d’arte

Volevo mettere in scena la mia vita, il mio dolore, le mie delusioni e le mie gelosie. Tutte le mie emozioni…
Marina Abramović

Durante le sue performance, Marina Abramović esplora la relazione tra l’esecutore e il pubblico: tira fuori le emozioni, sfida i limiti del corpo umano, sopporta il dolore, va oltre il pensabile e, talvolta, rischia la vita.

La carriera dell’artista conta circa 50 opere fra fotografie, spettacoli, installazioni e video: dal gioco dei coltelli (Rythm 10) ai salti attraverso il fuoco (Rythm 5); dall’incisione di una stella con il rasoio sulla propria pancia (Lips of Thomas) al corpo circondato dai serpenti (Dragon Heads); dallo spettacolo lungo sette notti (Seven Easy Pieces) a The Abramović Method, passando per The artist is present.

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In quest’ultimo progetto, l’artista è rimasta seduta, immobile su una sedia, in una delle sale del MoMa di New York sette ore al giorno, per tre mesi. I visitatori, a turno, potevano sedersi di fronte a lei e restarci per tutto il tempo che volevano, anche un giorno intero.

Tutto ciò, potremmo pensare, ha senso solo perché davanti a loro c’è Marina Abramović e non una persona qualunque. Ma è appunto quello che l’artista cerca: lo spettatore assume un ruolo attivo, sia fisicamente che emotivamente, davanti al corpo dell’artista che si offre alla sua attenzione. Un corpo come oggetto della visione, dell’ascolto, dell’apprezzamento e dell’interpretazione.

Nel corso della performance, assistiamo alla creazione di un attante collettivo che riunisce gli attori – l’artista e gli spettatori – con lo spazio architettonico e gli oggetti transitori (un tavolo e due sedie) che fanno parte del luogo in cui si tiene la performance. Questo insieme rappresenta l’opera d’arte stessa e partecipa alla trasformazione del senso della realtà e allo scambio di energie fra pubblico e artista.

La verità nell’esecuzione, dice Abramović, è la verità dell’esecuzione in sé. In The artist is present, dunque, il Soggetto dell’enunciazione – l’artista – è qui e ora, presente, parte integrante della propria rappresentazione artistica.

Dal punto di vista della narratività greimasiana, l’artista e lo spettatore operano attraverso un poter-fare e un voler-fare, che gli permettono di portare a termine i rispettivi programmi narrativi. Quello dello spettatore è conoscere se stesso attraverso gli occhi della performer; quello dell’artista è acquisire un sapere, per poter poi trasmetterlo al pubblico.

L’acquisizione del sapere è fondamentale. Quando l’artista è a disposizione del pubblico a cui dona la propria energia, le proprie emozioni, il proprio amore, vive l’esperienza di non essere più se stesso, di aprire la porta a un’altra realtà.

Nessun tipo di restrizione, nessun tipo di limite, nessuna proibizione. Gli spettacoli e le performance durano ore e ore, per poter permettere a chi osserva di vivere intensamente, proprio attraverso la duratività temporale, le emozioni che spesso non prova da nessun’altra parte.

Infaticabile e instancabile, Marina Abramović ha vinto numerosi premi ed è universalmente riconosciuta come una grande artista: una performer che si presenta come uno specchio emotivo per i suoi spettatori, come il Destinante nella relazione dello spettatore con se stesso.

D’altronde, cos’è l’arte se non un gioco feroce tra bellezza e violenza, tra la crudele realtà e la fantasia. Uno scambio di energie tra l’artista e il suo pubblico.

Yulia Gordeeva

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