La dieta genetica: quando lo spot non informa, ma incuriosisce. O almeno ci prova

L’estate è alle porte e, tanto in tv quanto sul web, si moltiplicano le pubblicità per combattere gli inestetismi, suggerire creme snellenti e proporre diete dimagranti. Tra le tante in cui è possibile imbattersi su YouTube, ce n’è una singolare che riguarda un’innovativa dieta genetica.

Messa a punto dall’azienda G&life, si basa su studi di genetica applicata alla nutrizione. Il programma alimentare si ottiene attraverso cinque step, che sembrano quasi assomigliare alle prove eroiche delle fiabe proppiane. Si passa dall’acquisto di un kit, all’estrazione del DNA in laboratorio, alla tracciatura del profilo genetico da parte di un medico genetista, per arrivare alla dieta personalizzata, creata dal nutrizionista in base al profilo, allo stato di salute e alle necessità nutrizionali del paziente.

Nell’ampio panorama di proposte simili, questa dieta si contraddistingue per l’elevato grado di personalizzazione: il nutrizionista la crea ad hoc per il paziente, quasi come un vestito cucito su misura.

La cosa interessante, però, è che lo spot non dice nulla di tutto questo.

E allora, qual è il suo scopo? Perché lo spettatore dovrebbe scegliere la dieta genetica dopo averlo visto?

Si tratta certamente di una pubblicità dai tratti poco chiari che, nella prima parte, ricorda quelle degli yogurt Muller: vediamo un uomo e una donna, seduti davanti a un frigo, che s’imboccano reciprocamente. Lui chiude il frigo e le luci si spengono.

Uno spot all’insegna della seduzione che, però, finisce per provocare nello spettatore un forte senso di smarrimento: difficile cogliere quale sia l’oggetto pubblicizzato e cosa si voglia raccontare, almeno finché non compare il rimando alla pagina Facebook e al sito internet, insieme al payoff “É arrivata la dieta genetica; ‘la scienza del dimagrimento’ ”.

Trenta secondi all’insegna della semplicità, dunque, durante i quali non viene raccontato nulla e in cui non viene comunicato nessun dettaglio di questo particolare programma alimentare. Allo spettatore non viene fornito un sapere, ma solo un poter fare. In sostanza, lo si rimanda semplicemente al sito internet e alla pagina Facebook. Solo qui potrà comprendere a pieno i valori affermati nel testo audiovisivo, quali la scientificità, l’affidabilità e l’alto grado di personalizzazione della dieta.

La narrazione e la capacità informativa del testo sono ridotti ai minimi termini, forse perché lo spettatore modello è particolarmente attivo, pronto ad andare a informarsi, una volta incuriosito – o forse confuso – dal breve spot. D’altronde, è piuttosto attivo anche il potenziale paziente della dieta genetica, disposto a seguire l’iter dei cinque step.

Lo spot si chiude con l’inquadratura di un cellulare in cui riconosciamo una schermata di Facebook, anche se ricostruita in maniera non del tutto fedele, sulla quale compare la scritta: “Noi dieta genetica, e tu?”.

Una strategia che vuole coinvolgere lo spettatore, invitandolo a entrare in un gruppo (Noi), proprio come avviene nel noto social network.

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Una strategia che può apparire incoerente, ma che al contempo conferma lo sbilanciamento caratterizzante lo spot nel suo complesso.

Inoltre, i soggetti che in esso compaiono non sono per nulla rappresentativi dell’ipotetico paziente/acquirente della dieta. Per comprenderne il ruolo, ossia due persone che stanno seguendo una dieta personalizzata, è strettamente necessario consultare il sito web.

Lo stesso utilizzo di Facebook, benché strumento piuttosto trasversale, fa pensare a un target decisamente giovane; troppo ristretto, però, per comprendere tutti i potenziali pazienti della dieta in questione.

Siamo dunque di fronte a una pubblicità che si rivolge a un target differente da quello del suo prodotto?

Viene da pensare che la campagna sia stata creata semplicemente e banalmente per far parlare della dieta genetica.

 Alice Felicani

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