La lingua come arma di difesa. L’Estonia e le sue realtà culturali tra corsi e ricorsi storici

In Estonia, Paese giovane che ha conquistato l’indipendenza dall’Unione Sovietica solo nel 1991, di recente è stato diffuso un film documentario intitolato The singing revolution: una overview della storia estone e delle diverse dominazioni che ha subìto. Alla base del documentario c’è la tesi secondo cui la tradizione di canzoni popolari in lingua estone sia stato uno dei pochi tratti culturali resistente alle occupazioni straniere. Un aspetto che, di fatto, ha contribuito a far sì che il popolo non soccombesse all’invasore russo. Anche, e forse soprattutto, grazie alla lingua e all’inaspettata possibilità di cantare pubblicamente l’Estonia ha mantenuto viva la propria identità.

singing_revolution

All’incirca nello stesso periodo e all’interno dello stesso contesto culturale, la lingua è stata utilizzata come barriera e difesa anche di un’altra realtà: quella dell’Università di Tartu dove, a metà del secolo scorso, dopo guerre e rivoluzioni, nacque un’importante realtà intellettuale: la Tartu Moscow Semiotic School.

A tal proposito, in un articolo intitolato “Storici e Semiotica della Storia”, Antonella Salomoni sottolinea come:

“molte espressioni erano state create da membri del gruppo e avevano corso esclusivamente nel dialogo che s’instaurava tra di loro. […] Furono in ogni caso gli sforzi collettivi che, consapevolmente o inconsapevolmente, portarono alla creazione di una lingua «puramente semiotica», la cui padronanza garantiva la comunicazione interna, tanto in forma orale quanto in forma scritta, e sbarrava la strada a coloro che le erano estranei. […] Richiamarsi all’Occidente, tra la fine degli anni ’50 e l’inizio degli anni ‘6o, significava per i tartuensi credere che l’indipendenza si poteva raggiungere con la chiusura’ […]. In sostanza, l’attività di ogni membro della scuola agiva attraversando incessantemente le frontiere tradizionali e si spostava in sfere che si trovavano per convenzione al di fuori dei suoi confini” (Memoria e Ricerca, Rivista quadrimestrale di storia contemporanea della Fondazione Casa di Oriani, anno XX, nuova serie, n.40, maggio-agosto 2012, Storici e Semiotica della Storia, Antonella Salomoni, p.23-24)

Anche qui, dunque, la lingua assolve la funzione di un confine.

In entrambi i casi, nello stesso Paese e nello stesso periodo, essa ha costituito una barriera contro l’invasione di una cultura straniera e della sua ideologia. Ultimo baluardo a difesa di identità nazionali e realtà accademiche nuove e in crescita, contro l’ideologizzazione della società e le sue tendenze omogeneizzanti interne.

Da un lato, abbiamo un Paese in difficoltà che per mantenere in vita la memoria della propria cultura e delle proprie tradizioni, si aggrappava a quel nocciolo fondamentale che è la lingua; dall’altro, troviamo una comunità di studiosi che attraverso questa cercava di rendersi impermeabile alle influenze del regime comunista, si estraniava e vi si rifugiava, senza però mancare di volgere lo sguardo all’Occidente.

In termini lotmaniani, siamo di fronte a due modi di preservare particolari semiosfere all’interno di quella semiosfera più grande che è la cultura russa: l’ennesima dimostrazione che il linguaggio è un sistema modellizzante, garante di unità interna, importantissimo.

Attraverso meccanismi che hanno seguito due direzioni opposte, il linguaggio ha assunto un’importanza strategica tanto per l’evoluzione dei fatti storici, che hanno portato alla rinascita di un Paese, quanto per gli sviluppi di una ricerca intellettuale che ha largamente influenzato il pensiero contemporaneo.

Marta Pellegrini

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3 risposte a “La lingua come arma di difesa. L’Estonia e le sue realtà culturali tra corsi e ricorsi storici

  1. Ciao Marta,
    interessante l’articolo! Siccome ho vissuto in Estonia per un anno, ti propongo di ripensare insieme solo un paio di cose:

    1. Il fatto che la lingua sia stato un luogo di resistenza durante la dominazione è indubbio, ma non è che il suo peso sia stato ingigantito durante la riscrittura post-dominazione della storia estone (anche attraverso testi iper-nazionalistici, come The Singing Revolution)?

    2. Concordosul fatto che la creazione di un (meta)linguaggio da parte di Lotman e i suoi sia stato parte fondamentale della scuola di Tartu…ma ricordiamo anche che scrivevano in russo, di e sulla cultura russa. Erano infatti a Tartu solo perché perseguitati in altre città sovietiche più “centrali” per motivi religiosi e politici.

    Magari dimmi cosa ne pensi, grazie.

    Federico

    • Ciao Federico,
      perdonami se ti rispondo così, ma questo è il mio primo articolo su Semiobo e devo ancora sistemare alcuni dettagli per la gestione del profilo wordpress. So che hai vissuto a Tartu e concordo perfettamente sulle tue osservazioni. Il mio punto di vista in questo post è di natura più generale e certamente sorvola su moltissime questioni. Il documentario sulla Singing Revolution è senza alcun dubbio frutto di un punto di vista preciso sulla lingua estone e certamente ad una più accurata analisi non sarebbe difficile sostenere che ingigantisca l’importanza dell’evento storico. Tuttavia nella mia esperienza la lingua estone costituisce una barriera importante ed è perfino, alcune volte, fonte di episodi di discriminazione. Per quanto riguarda Lotman, la cui produzione in lingua russa è fonte non solo di studio ma anche di grossi problemi di traduzione, concordo egualmente. Il fatto che mi ha spinta in ogni caso a collegare i due elementi in questo post è la curiosa compresenza sullo stesso particolare e travagliato terreno nazionale di due fenomeni non del tutto secondari, interessanti ed egualmente legati all’importanza che il linguaggio ha assunto nel particolare contesto della realtà estone in un preciso periodo storico. Non ho certo la pretesa, tanto meno in un post di settecento parole, di fare una analisi. Quello che trovo interessante, a dispetto delle grandi differenze e delle diverse dinamiche che hanno caratterizzato, prima e dopo, entrambe le situazioni, è il fatto che esse abbiano avuto luogo ed abbiano avuto luogo nello stesso paese in un contesto sociale e politico le cui caratteristiche generali sono condivise. Non soltanto, entrambi hanno contribuito ad alcuni cambiamenti, piccoli e grandi, nel corso della storia di questa nazione. Si tratta certamente di eventi distinti in modo chiaro. Tuttavia, almeno nella mia esperienza, proprio questi due eventi sono apparsi come rilevanti nel tentativo di esplorare e comprendere l’Estonia. Dunque sostanzialmente il mio post è una risposta alla domanda: è possibile collegarli? A mio parere un collegamento esiste, per quanto esile. La mia è un’osservazione forse passeggera ma legata a una realtà che mi ha incuriosita a sufficienza da spingermi un passo oltre e scrivere settecento parole senza alcuna pretesa.

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