Promenade Idéologique. Appunti per una etnosemiotica della protesta di classe

È ancora lecito oggi parlare di borghesia e proletariato? Noi pensiamo di sì: cambiano le figure, ma i temi restano gli stessi.

1 giugno 2013, sabato pomeriggio, solita coltre di nuvole grigie sul cielo di Bologna. Camminavamo circondati dai profumi super chic delle frequentatrici di via Farini e dintorni, quando a un tratto siamo incappati in un banchetto che forse alcuni di voi già conoscono. Due rappresentanti di partito, due bandiere blasonate dal nome di Silvio Berlusconi in caratteri cubitali: come ogni fine settimana la delegazione del PdL bolognese presidiava gli ultimi metri di via D’Azeglio. Lui, il viso impassibile coperto dagli occhiali da sole senza che ci fosse il sole; lei vestita casual ma tradita dalla perfetta stesura del fondotinta e dalla cotonatura modello “over 50” fresca fresca di parrucchiere. Impossibile resistere alla voglia di soffermarsi con occhio analitico sui dettagli dello scenario.

Sotto le mentite spoglie di sostenitori della causa, abbiamo dato il via alla nostra segretissima osservazione partecipante chiedendo di poter prendere uno dei volantini che stavano distribuendo agli interessati. E fra una riga e l’altra non potevamo non osservare alcuni must dell’abbigliamento benpensante indossato dai simpatizzanti che si avvicinavano al banchetto: scarpe di pelle intarsiata e lucidissima, giubbottini scamosciati, pochette rifinite in oro, accurati abbinamenti di giacche e camice, conditi con mirabili cravatte setate, e infine scarpe sportive, ma non troppo, appositamente scelte per il passeggio pomeridiano. Tutti aspetti che rilevavano un regime di significazione orientato verso la realizzazione di valori mitici e ludici: la scelta di quei vestiti era mossa dal bisogno di ostentare uno status symbol.

Ma si sa, da che mondo è mondo per autodeterminarsi gli arrampicatori sociali hanno sentito il bisogno irrefrenabile di ostentare le loro rivincite personali. E non ci meravigliava il tipo di comunicazione adottato dai militanti pidiellini che, basandosi sulla firma di petizioni e sul passaggio di volantini, tutelava la privacy (politica) attraverso la riservatezza dei rapporti uno a uno. Questo, ovviamente, a garanzia di quel sacrosanto principio di certo liberalismo secondo cui le libertà dell’individuo iniziano dove finiscono quelle dell’altro.

D’altra parte via d’Azeglio si presta particolarmente bene a questo stile comunicativo, poiché la forma rettilinea della strada costringe i flussi di persone a seguire un unico vettore direzionato o verso piazza Maggiore o verso via Farini. Cosicché, per quanto distratto possa essere l’acquirente che, il viso girato verso le vetrine, si sposta lungo la via, risulta praticamente impossibile non confrontarsi, anche solo fugacemente, con le istanze dei militanti del PdL. In questo modo le politiche di Berlusconi irrompono con paradossale discrezione nella sfera privata dei cittadini… ma quali?

Via _d'Azeglio

Una breve riflessione sui ruoli attoriali di chi bazzica queste zone non mancherà di dimostrare che le politiche in questione hanno presa non sulla cittadinanza intera, ma su una sola parte di essa. Non tutti comprano le borsette da Hermes, le mutande da Dolce e Gabbana, le cialde  per la macchina da caffè nella boutique della Nespresso, ma è proprio a questa cerchia di acquirenti che interessa il contenuto dei volantini diffuso dai rappresentanti del PdL di via d’Azeglio. Perché solo chi ha paura di vedere dissipate nella riforma sociale le proprie ricchezze può solidarizzare con coloro che  paventano la carneficina mediatica operata ai danni delle forze dell’ordine. Le stesse delle manganellate sul sindaco di Terni, delle percosse fatali al corpo indifeso di Cucchi, del sostegno pubblico agli assassini di Aldrovandi.

E il proletariato? Alla prossima puntata.

Luca Libertini, Elisa Carrus 

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4 risposte a “Promenade Idéologique. Appunti per una etnosemiotica della protesta di classe

  1. Interessante chiave di lettura di una città o meglio, di una zona della città che senti ormai molto tua. Credo passerò il link alla mia amica Saida che abita – novella Persefone – sei mesi a Bologna sei mesi a Prato…. l’analisi sociologica dei pidiellini è, a suo modo, tragicamente divertente, scusa l’ossimoro

  2. Ciao Sara, che piacere leggere le tue parole. Sì, proprio così, Bologna è una città molto nostra dato che ormai sono sei anni che la viviamo. Forse è questo il motivo che ci fa sentire dei perfetti estranei quando assistiamo a certi eventi. La semiotica ci aiuta a ricercare la “buona distanza” per analizzarli. Ma ogni tanto è proprio difficile mantenerla. Anzi, ogni tanto non la vogliamo proprio mantenere.

  3. Penso che il problema messo in luce si avvicini molto alla questione della “gentrification”, che riguarda tutti – o quasi – i nostri centri storici. In quest’ottica il fatto che zone intere della città abbiano una colonizzazione “di classe”, si associa anche a connotati di decoro, pulizia, ordine pubblico che tu rilevi.
    Ricordiamoci quello che sta succedendo poco più in là: in Drapperie/Pescherie Vecchie, storica zona di botteghe alimentari. Dopo Eataly, aprirà un’altra cattedrale dell’aristo-food nell’ex mercato ortofrutticolo lì vicino.
    Anche il cibo, non deve ingannarci nella sua apparente democraticità: sebbene questo nuovo tipo di commercio abbia degli effetti positivi su turismo ecc.., marca indubbiamente delle zone, creando, appunto, delle fratture sociali piuttosto evidenti: chi può, compra valori etici da Eataly (tra una borsetta e un paio di scarpe ci scappano anche quelli); chi no, in pellegrinaggio domenicale al Carrefour.

  4. Sì, concordo pienamente. Quello che dici mi fa pensare con amarezza a quello che negli ultimi anni è successo alla città di Berlino. Quartieri come Kreuzberg, Friedriechshain o addirittura Pankow, tradizionalmente poveri, e alcuni punti del bordo dello Spree sono stati completamente “bonificati” con la costruzione di strutture per il turismo ricco e “collezionista” di massa che si reca nella città per dire di essere stato nella grande capitale tedesca, e basta.
    Ma non è (solo) colpa dei turisti, ovviamente.
    D’altra parte mi chiedo se la zona di via Farini sia mai stata “popolare”. In realtà il fenomeno a cui abbiamo assistito quel giorno è contrario a quel che giustamente denunci. Tu aspetta di leggere la prossima puntata. Ahah!

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