Il Grande Gatsby: le mille vite di un romanzo

Nick, alla ricerca del suo sogno americano, si trasferisce nella scintillante e vorticosa New York. I suoi piani sono stravolti dall’incontro con il misterioso signor Gatsby: feste frenetiche, una casa da sogno, una lussuosa automobile, un idrovolante e un savoir faire ricercato nascondono un passato di povertà e di crimini, ma soprattutto la devozione per un grande amore perduto.

La storia è frutto del talento letterario di Francis Scott Fitzgerald: dalla sua pubblicazione, nel 1925, il romanzo ha dato vita a una lunga serie di adattamenti teatrali, cinematografici e non solo. È quello che in semiotica chiamiamo traduzione: il Grande Gatsby è diventato un’opera teatrale, due videogiochi, un manga, una versione filmica hip hop, una serie tv e ovviamente diversi film. Nel 1926 compare al cinema in una versione muta; nel 1946, poi, un Gatsby in stile Casablanca conquista il pubblico americano; nel 1974 è la volta dell’imperturbabile fascino di Robert Redford, fino ad arrivare al 2013, l’anno della versione pop di Buz Lurhmann.

Redford è il protagonista della versione che per molti anni ha influenzato l’immaginario comune, soprattutto femminile; il grande successo che riscosse il film, campione d’incassi e vincitore di un premio Oscar, è dovuto a un confezionamento del prodotto attento al pubblico, al gusto estetico e al mood degli anni 70. I costumi, le inquadrature, il montaggio e la fotografia rientrano in quella che chiamiamo estetica del fotoromanzo: guardando la pellicola, ci verranno in mente scene da serie culto come Love Boat, Dallas, Dynasty, prodotti che di questa estetica hanno fatto un genere. Il pubblico allora non può che essere femminile. La vicenda narrata da Fitzgerald si riduce alla love-story e l’aspetto sentimentale è amplificato fino allo stereotipo: sguardi languidi, patinati pic-nic sull’erba, sbrilluccicanti pettinature cotonate ed eleganti abiti preppy.

Il_Grande_Gatsby

La ricetta del successo prevede quindi i sex-symbol del momento, Redford e Mia Farrow; lo sceneggiatore del momento, ovviamente Francis Ford Coppola e, non ultimo, lo stilista del momento Ralph Lauren, che cura un Gatsby ormai privo del fascino twenties del giovane ricco.

Dal patinato sentimentalismo al pop tecnologico di Baz Lurhmann, Gatsby diventa il proprietario di un castello disneyano, teatro di strabilianti e frenetici rave party, in cui non manca ogni sorta di stravaganza.

La colonna sonora, interpretata da Jay Z, Fergie, Beyoncé, per fare qualche nome, ha fatto storcere il naso a molti: passato e presente si sovrappongono e creano un cortocircuito che rientra nella cosiddetta estetica del paradosso. Immaginate di vedere sullo schermo una festa anni 20, così come era veramente, ma con gli occhi del 2013: per quanto ruggenti, quegli anni oggi hanno perso la loro forza provocatoria. Il charleston, l’alcool di contrabbando, le piume e i lustrini non ci meravigliano: siamo abituati ad altri, e ben più trasgressivi, tipi di eccesso. Il linguaggio filmico contemporaneo è allora fondamentale per una traduzione fedele del romanzo: permette di colmare quel vuoto che il tempo ha tracciato, riconsegnandoci un ambiente, non certo per quello che era, ma per come appariva agli occhi di chi lo ha vissuto.

Le traduzioni intersemiotiche dimostrano la vitalità di un romanzo: è la trasversalità della storia che le permette di sopravvivere attraverso il tempo e attraverso le culture, che se ne impadroniscono, la rimodellano secondo i propri canoni e con i propri linguaggi.

Gatsby, che sia Catsby, DiCaprio, Redford, un rapper nero o un personaggio in 8-bit, conserverà sempre il suo fascino senza tempo.

Anna Loscalzo e Alessia Parrini

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