Mostrare nascondendosi. Quando (e perché) abbiamo smesso di sentirci belle

Quando abbiamo smesso, noi donne, di sentirci belle?

Cosa risponderesti se te lo chiedessero? No, non guardarmi così. Non mi sono svegliata in vena di filosofeggiare. E se sei un ragazzo, non storcere il naso pensando di essere davanti al solito pippone femminista.

La domanda non è farina del mio sacco, ma è il centro attorno a cui ruota “Camera shy” il nuovo spot virale di Dove che, a giugno, si è aggiudicato un Leone d’oro al Festival Internazionale della Creatività Leoni di Cannes.

In questo video non c’è niente di complesso, tanto che è proprio la semplicità a spiazzarci, a farci riflettere.

Nei primi quaranta secondi si susseguono immagini di donne, più o meno giovani, di diverse provenienze, che si riparano gli occhi, si coprono il volto, fuggono dalla camera che vuole riprenderle. Inutile negarlo: tutte ci riconosciamo. Quante volte siamo scappate davanti a un obiettivo?

Ma proprio mentre vediamo queste scene, e l’angolo destro della nostra bocca si piega all’insù formando l’accenno di un sorriso, lo schermo diventa bianco e ci chiede: “Quando hai smesso di sentirti bella?”.

Il sorriso sparisce e un velo opaco copre il nostro sguardo. E poi… e poi inizia un succedersi serrato di immagini di bambine che cercano la telecamera, orgogliose di sé. Ridono, corrono, fanno l’hula hop, vogliono che l’occhio (virtuale) altrui le segua e le insegua.

Ma allora, per l’ennesima volta, quando abbiamo smesso di sentirci belle? Cosa è successo in quegli anni – condensati nello stacco tra il primo e il secondo gruppo di immagini – che ci ha fatto cambiare la percezione di noi stesse? Perché guardando questo spot ci sentiamo chiamate in causa? E soprattutto, perché funziona, pur essendo così semplice e con una colonna sonora che ricorda canzonette infantili (e per nulla scelta a caso!)?

La chiave sta in tutto quello che lo spot non ci mostra, ma che ci portiamo sulle spalle, come uno zaino stracolmo che ci affatica anche nei più banali gesti quotidiani.

Per andare dritta al punto, credo che il passaggio dal mostrarsi al nascondersi sia frutto di tutto quel bagaglio di pregiudizi, stereotipi e rappresentazioni della figura femminile – proposto dai media e non solo – che negli anni si è sedimentato, è entrato a far parte della nostra forma mentis e ha cambiato il nostro sguardo: il nostro modo di vedere e di vederci, definendo la nostra identità.

La nostra persona, oltre a essersi formata attorno a nostre specificità, è stata definita anche da tutte queste forme di rappresentazioni che abbiamo assorbito e che sono diventate vere e proprie compagne di viaggio.

È questo che lo spot ci fa vedere: correre via e coprirsi il volto rende (inconsciamente) presente tutto quello che, indipendentemente da noi, contribuisce a farci essere ciò che siamo.

Gloria Neri

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