Star Trek into darkness: un divertissment ad alta definizione

Il film di JJ Abrams, uscito nelle sale quest’anno, è il secondo capitolo della serie reboot di Star Trek. In questo episodio, ispirato a Star Trek II: the wrath of Khan, vediamo i giovani Kirk (Chris Pine) e Spock (Zachary Quinto) alle prese con il cattivo per antonomasia: Khan Noonien Singh (Benedict Cumberbatch, a molti noto nei panni di Sherlock Holmes).

Il film è stato più volte definito dai fan come una bellissima “montagna russa”: una metafora azzeccata, considerati l’incalzante ritmo della narrazione, l’assenza di punti morti, i godibilissimi effetti speciali e le citazioni che eccitano la fantasia dei nerd.

Ecco, ma le citazioni, non saranno troppe?

Tenendo a mente il fatto che un testo è una macchina pigra, in questo caso, troviamo scene prese pedestremente da Indiana Jones e il Tempio Maledetto e da Guerre Stellari, insieme a battute ricopiate dal precedente capitolo di Star Trek. Insomma Abrams dà un colpo al cerchio e uno alla botte.

Premetto che non sono un’esperta di Star Trek, ma da generica conoscitrice della saga i miei interrogativi erano due: come avranno reso il personaggio di Khan? E poi, come avranno gestito la morte di Spock?

Andiamo al turning point principale. Tutti, o quasi, i ruoli attanziali vengono messi in discussione o cambiati di segno. L’ammiraglio Marcus diventa l’opponente, Khan diventa un aiutante. Una svolta inaspettata e piacevole. Poi? La montagna russa ci regala svolte e giri della morte di prima qualità per ri-depositarci a terra con Khan che rompe a mani nude il cranio dell’ammiraglio e torna a essere tremendamente cattivo. Il capitano Kirk si sacrifica per il benessere della sua nave, come nei migliori manuali e Spock lo piange, lasciandosi dominare dalla sete di vendetta. E così lui, che è vulcaniano, mette nuovamente a nudo il suo lato umano ed emotivo. Il film finisce con un lieto fine grazie al sangue di Kahn che – come ci era stato mostrato all’inizio con una mini-digressione volta a giustificare il finale – possiede incredibili proprietà curative, tra cui quella di resuscitare i morti.

Ma Star Trek non era quella serie che piace e coinvolge anche perché contiene riferimenti di tipo scientifico – presenti – ma anche psicologico, filosofico e sociologico? In alcuni episodi, anche di serie più recenti come The Next Generation o Enterprise, si trattano problemi di logica relativi alle teorie sul teletrasporto e sull’identità, riconducibili a noti studi come quelli compiuti da Derek Parfit; oppure si parla del problema del “gavagai” di Quine. Per citarne solo un paio.

In questo capitolo si cita testualmente dal precedente “Il benessere dei molti conta più di quello dei pochi”, ma poco altro. Con questo non voglio dire che il film non sia riuscito. Solo che, bè, Star Trek è anche una cosa da Big Bang Theory, da appassionati con delle velleità filosofico-scientifiche e stavolta tutti questi aspetti sono riformulati come semplice condimento.

Inoltre lo spessore psicologico dei personaggi risulta appiattito a favore di personalità più spiccate. Anche Khan, che sembra ispirato al cattivo di un fumetto, risulta meno complesso, per quanto affascinante nella sua oscurità e nell’ottima performance di Cumberbatch.

Insomma, emozioni e sensazioni non mancano, e si tratta pur sempre di un reboot: Se la creatività del regista non è al top e si lascia che gli spettatori godano dei riferimenti intertestuali, non si commette un grave peccato. Tuttavia se un testo è una macchina pigra, questa qui forse lo è troppo. Le battute salienti, i momenti di tensione, gli escamotage per il finale, che siano o no citazioni, sono tutti meno innovativi di come li avremmo voluti.

Non ci si emoziona tanto quanto nel primo “The Wrath of Kahn”, percependo la sofferenza e la convinzione profonda legata a quel “benessere dei molti” che porta il capitano a lasciare che il suo grande amico si sacrifichi per l’equipaggio. Spock e Kirk recitano le stesse battute con i ruoli all’inverso, in una situazione da manuale in cui però l’amicizia non è durata una vita, ma è appena cominciata. Anche Marcus è un personaggio che avrebbe meritato un approfondimento ulteriore. Perché vuole la guerra a tutti i costi? Immaginiamo che sia un esaltato? Se non lo fosse? Qui Abrams ci lascia soltanto inferire la stereotipata figura di un militare.

Ad ogni modo i colpi di scena sono buoni e l’intreccio fila con piacere: se si apprezza il genere fantascientifico, probabilmente non si disdegnerà una seconda visione, anche se tra qualche scossone. Tutto sommato Abrams non delude, ma vive un po’ di luce riflessa e resta quel “però…” finale che, a mio modesto parere, segna la differenza qualitativa tra uno Star Trek classico e quelli nuovi, in salsa action movie.

Marta Pellegrini

Ecco i link di due recensioni comiche al film:

http://leortola.wordpress.com/2013/06/14/star-trek-lira-di-into-darkness-la-recensione

http://www.youtube.com/watch?v=KY1A_yFvywQ

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