Nascondimenti e prese estetiche nel minimalismo. Il caso di FENSTER

“Tutti fotografi”. È la considerazione che spesso si sente ripetere in giro per indicare un fenomeno che vede coinvolti adolescenti e non solo, pronti a imbracciare una reflex per imprigionare il mondo in un’immagine.

Il peso di internet in un simile processo – come strumento-specchio di una società fondata sul landowskiano voler-essere-guardato – è decisivo. Lo dimostra la quantità di blog e progetti fotografici presenti sui vari social (anch’essi in proliferazione): Pinterest, Flickr, Tumblr, Photofarm, Instagram.

In un contesto simile, dove tutto sembra autoconsumarsi nell’indifferente della rete, è ancora possibile imbattersi in progetti fotografici in grado di colpirci, di dirci qualcosa non limitandosi all’esibizione di una grazia formale, ma mettendo in pratica un lavoro di scavo sul senso e sulla sua organizzazione. FENSTER è uno di questi.

Ha a che fare col rapporto tra tempo e sguardo fotografico; con la condizione di voyeurismo a cui ci confina internet. Ha a che fare con lo sviluppo di un certo feticismo nei confronti delle immagini; col rapporto tra morte e sensualità. Ha a che fare con un’economia di mezzi formali che ci fa comprendere una volta per tutte le potenzialità di quel modus operandi artistico definito Minimalismo.

Nel Minimalismo fotografico spesso l’attenzione è concentrata su un piccolo elemento-chiave, vero “crocicchio isotopico” che presiede alla generazione di tutti gli effetti di senso. In questo caso, invece, il rapporto di correlazione tra due immagini che si sovrappongono è in grado di far esplodere i significati presenti nel testo.

In FENSTER l’immagine di una ragazza senza volto, catturata da una webcam dalla vita in su, si sovrappone a delle vecchie fotografie, spesso in campo lungo. Si produce così un effetto di straniamento dato dall’interazione tra fotografia del presente e fotografia del passato.

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Ecco che entra in gioco il tempo: “with each passing moment I’m becoming part of the past”, recita una piccola didascalia in cima alla pagina web, citando H. Murakami. La spietatezza del Panta Rei, a cui l’uomo ha tentato da sempre di opporsi, ha forse trovato nella macchina fotografica lo strumento più efficace per imprigionare lo scorrere del tempo.

In termini semiotici, possiamo vedere ogni scatto come un atto enunciativo raddoppiato. Al débrayage enunciativo, in terza persona, della spesso indecifrabile immagine di fondo, corrisponde un débrayage enunciazionale della foto in primo piano. Si produce così un inscatolamento e un collassamento delle due temporalità, passato e presente. Del resto le due fotografie sono accomunate dall’aver imprigionato un momento trascorso.

FENSTER problematizza, infatti, l’atto stesso di produzione: ogni enunciato, nel suo presupporre logicamente un atto di enunciazione, non è che la rappresentazione di qualcosa che è stato. Citando Barthes: “Ciò che la fotografia riproduce all’infinito ha avuto luogo solo una volta: essa ripete meccanicamente ciò che non potrà mai ripetersi esistenzialmente. (…) Essa è il Particolare assoluto, la Contingenza suprema, l’Occasione, l’Incontro”.

E di occasione mancata si sta parlando qui. Da una parte sviluppa una sensualità feticistica, che nasce da un amore verso le immagini in sé, capaci di presentificare una piccola morte; dall’altra articola un altro tipo di sensualità, relativo alla modalità del non-poter-vedere e all’isotopia del nascondimento. Innanzitutto nell’immagine di fondo, coperta dall’autoscatto in primo piano e destinata a restare, almeno parzialmente, segreta; in un secondo tempo, il nascondimento dell’identità della ragazza: senza volto, rapita in azioni futili e annoiate, mostra una schiena, una lingua, spesso un collo, mozzando la completezza della forma e spostando il fuoco dell’attenzione su particolari apparentemente inutili, eppure affascinanti e sensuali.

Queste fotografie, con le loro forme incomplete, rappresentano una produzione di senso incompiuta e in questa incompiutezza si apre lo spazio per la prensione estetica del destinatario. Non era forse Greimas a ricordarci che l’esperienza estetica nasce dal fascino delle cose storte?

Emanuele Atturo

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