Conosci il Corano e vinci un bambino. Semiotica del quiz più chiacchierato d’Oriente

Un quiz televisivo dove si vincono bambini è diventato realtà, in Pakistan.

Trasmesso per 7 ore al giorno, si chiama “Amaan Ramzan” (Ramadan in pace) e, insieme al suo conduttore, detiene il primato dell’audience nel Paese.

Suriya Bilqees, una concorrente, all’ultima risposta corretta sul Corano è stata premiata con una neonata fino a quel momento accudita da una Ong (la Chhipa Welfare Association) che si prende cura di bambini in difficoltà.

Il problema dell’abbandono in Asia riguarda il 61% dei neonati, ma questo, secondo alcuni, non giustifica le modalità di affidamento scelte dagli autori del programma, che hanno pensato a un essere umano come jackpot. Per altri, chiamiamoli integrati sui generis, è invece una soluzione come un’altra per evitare che i bambini vengano addestrati come kamikaze.

E se, come sostiene Peirce, “the man is a sign”, qui il segno-uomo diventa merce e si inserisce nelle quotazioni in borsa di una casa di produzione televisiva.

Non è da sottovalutare il sostrato culturale in cui la trasmissione si è imposta. Un pubblico diverso da quello occidentale che ha assistito a quell’Osceno Televisivo. La scena che va oltre sé stessa, che risponde al marketing, eccedendo per natura. Fuori tema. Fuori segno. Fuori logica.

Immagine copertina

Non a caso la conduzione del programma è stata affidata alla star del tubo catodico pakistano, Dr. Aamir Liaquat Hussain, a metà strada tra sex-simbol e showman che, dopo aver abbandonato il giornalismo, ha firmato lo stile di un certo tipo di televisione.

L’everyman d’Oriente, per dirla alla Eco, che tutto può attraverso il filtro di una telecamera. Coinvolgente, stuzzica la curiosità del pubblico pomeridiano facendo registrare dati auditel da record.

Modello preciso dell’ homo aestheticus, votato all’intrattenimento, che si riferisce con confidenza al pubblico a casa e, prima delle critiche, fissa la telecamera giustificando la premiazione: “Noi offriamo loro (ai bambini abbandonati, ndr) un’alternativa: che c’è di sbagliato?”

Il programma sta avendo grande successo. La viralità del conduttore sembra aver spostato i limiti dell’obiettività.

Il piccolo e i suoi genitori “televisionari” vengono inseriti in un meccanismo di semiosi infinita, che traduce la genitorialità come competizione, come abbattimento del prossimo per ottenere quel montepremi in carne, ossa e pannolini.

La famiglia si accorda alle note stonate della pop-realtà mediatica, che impone un’unica via per la ricerca della felicità: l’eliminazione, la nomination, la competizione insana.

Un nuovo principe machiavelliano, che ribalta la tradizione permettendo ai mezzi di giustificare il fine, contrabbandando sentimenti in nome del dio share.

Le domande del quiz riguardano la conoscenza del Corano. Un atto di creolizzazione della cultura, che unisce l’attaccamento alla religione e il luccicante mondo del programma a montepremi, made in occidente, che in questo caso si è allontanato pericolosamente dall’etica, dalla scienza-buona-mamma (per rimanere in tema), come la chiama il semiologo Rossi-Landi.

La genitorialità diventa il prezzo da pagare per una risposta giusta, il diritto ad avere una famiglia, assimilabile a una lavatrice vinta a “Ok il prezzo è giusto”.

Valori che perdono di significato?

Ma la perdita di significato è già significato, direbbe Pasolini.

Mario Panico

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