Un discorso per il popolo e “con” il popolo. La strategia vincente di Barack Obama.

But we are the United States of America, and we cannot and must not turn a blind eye to what happened in Damascus.

Annunciare al proprio popolo di voler attaccare una Nazione e iniziare una guerra non deve essere cosa facile. Lo sa bene il pacifista Obama che pochi giorni fa ha dichiarato di voler punire il regime di Assad per l’utilizzo di armi chimiche contro i civili.

E lo ha fatto con un’esemplare operazione di persuasione e ricerca di consensi, degna dei sofisti greci e dei migliori oratori romani. 8679 battute e una decina di minuti, nel tentativo di essere autoritario e al tempo stesso familiare, senza però trascurare le proprie responsabilità nei confronti del Paese.

La verità del discorso di Obama, in poche righe, è questa: mentre parla ha già deciso che l’attacco avverrà “domani, fra una settimana o fra un mese” e che ci sarà con o senza l’appoggio del Congresso, dell’inabile e paralizzata ONU e delle altre nazioni.

Alla base di questa decisione c’è, prima di tutto, un motivo strettamente politico: se gli USA hanno definito dei limiti fisici ed etici e qualcuno se ne “dimentica” e li infrange, devono essere sempre gli USA a risegnare il territorio. Un secondo motivo, di natura sociale, consiste nel rischio d’indebolimento dell’identità della Nazione, mentre un terzo è causalistico: a un’azione illegale impunita possono seguire reazioni altrettanto dannose per la sicurezza del Paese.

Ma l’abile costruzione del discorso trova il giusto equilibrio tra queste ragioni e ne modifica persino la percezione.

Il Presidente parla a un popolo che conosce, parla di valori e di un’identità condivisi dal suo cittadino modello. Se da una parte c’è una questione di principio, dall’altra c’è una minaccia terroristica alla sicurezza del Paese; se da un lato c’è un crimine di fronte al quale non si può tacere, dall’altro ci sono i figli degli americani che devono crescere in un mondo in cui si agisce anche per proteggere ciò in cui si crede.

Sebbene si stia parlando di guerra, l’attenzione è sempre posta sul lessema people e su tutto il suo campo semantico: la parola ricorre ben 15 volte a discapito delle 6 di military, war e security e delle 10 di chemical weapons.

Incentrato sull’isotopia del popolo, il discorso di Obama si sviluppa con una moltiplicazione di enunciatori che, infine, si condensano in un’unica grande entità: gli Stati Uniti d’America.

L’’Io’ che apre il discorso espone sin da subito la sua decisione, ma cerca e spera (I’m confident) di ottenere l’adesione dei suoi cittadini e dei membri del Congresso, in quanto Presidente di un “government of the people, by the people, and for the people”.

Seguono delle rassicurazioni sulla durata dell’azione di guerra e sulla posizione degli USA; poi una serie di domande retoriche. L’’Io’ si esclude temporaneamente e fa spazio al ‘Voi’: coinvolge gli interlocutori, sposta su di loro l’asse delle responsabilità, per poi riemergere in un’unica collettività compatta sulla stessa decisione. “I don’t expect every nation to agree with the decision we have made.”

We è ripetuto ben 40 volte, a differenza delle 33 dell’’Io’ che pure è fondamentale. Un ‘We’ che include anche gli indecisi, ai quali Obama lancia un ultimo accorato appello: “Finally, let me say this to the American people…”.

Infine, lattore collettivo si sostituisce a una totalità integrale e indistinguibile, ingombrante al punto che sembra prendere corpo: il ‘Noi’ si materializza negli Stati Uniti d’America e la situazione cambia totalmente.

Non ci sono più famiglie da rassicurare e un Presidente che cerca di avvicinarsi ai cittadini, ma un’identità in cui tutti si rivedono, una storia che conoscono e un’unica coscienza nazionale che sa di non essere perfetta ma di essere more than any other [nation].

Nel discorso di Obama c’è già tutto: la proposta, la decisione e l’adesione della sua gente.

Francesca Venezia

Annunci

2 risposte a “Un discorso per il popolo e “con” il popolo. La strategia vincente di Barack Obama.

  1. è tutto racchiuso in quella frase che giustamente hai inserito come quote: “But we are the United States of America, and we cannot and must not turn a blind eye to what happened in Damascus.” La domanda è: “qual è il legame causale tra la prima e la seconda parte”? “che significa essere The United States of America?”, “qual è la qualità dell’essere The USA che influenza la seconda pate del discorso e la rende così ovvia e scontata?”. Il classico discorso ideologico in senso echiano, che nasconde le sue ragioni e i suoi presupposti dietro un’affermazione ambigua buttata lì come fosse una verità lapalissiana e cristallina (“we are the USA”). E su cosa si nasconde dietro quella presupposizione si potrebbe scrivere un trattato, che potrebbe iniziare più o meno così: “Siamo una nazione che impone con la forza il suo personalissimo modello politico-sociale-economico (e culturale) al mondo intero che è pià o meno una nostra succursale (…)”

    • Sono molto d’accordo con te. Quella citata è un’affermazione incisiva proprio perché intessuta di quel non-detto che regge tutto il discorso e che lo rende così (potenzialmente, perché l’efficacia finale deriva anche da altro) vicino al target. Se c’è una cosa che si sa degli americani è che sentono di essere migliori anche solo per questo, e quanto la politica rafforzi questa forte coscienza identitaria è anche cosa ben detta.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...