Da cosa si riconosce il populismo?

Davanti alla TV come al bar spesso ci imbattiamo in invettive contro il populismo, accuse di populismo, se non addirittura glorificazioni del populismo.

È evidente quanto questo termine – come tanti altri concetti abusati – con l’uso stia diventando sempre più vago, prestandosi ad attribuzioni talvolta molto diverse tra loro. In più, “populismo” porta con sé un’accezione dispregiativa: analogamente a parole come giovanilismo o egoismo, l’aggiunta del suffisso -ismo sta a indicare una deformazione in negativo della parola originaria.

Ma che cos’è, dunque, il populismo?

La lettura più accreditata definisce populisti i capi politici che esaltano e idealizzano il popolo come portatore di valori positivi. Lo euforizzano, diremmo in semiotica, opponendo alla figura edulcorata del mondo popolare un’immagine negativa e corrotta delle élite dominanti. Ovviamente questa strategia è messa in atto in vista di un tornaconto del leader che la attua – generalmente in termini di consenso. Lui, delle élite, fa pur sempre parte. Questo primo caso di populismo trova un sinonimo plausibile, e altrettanto ambiguo, nella parola demagogia.

Altre letture più recenti intercettano nel populista due prassi comunicative ricorrenti, forse in diretta conseguenza del suo orientamento demagogico. Da un lato, il fornire una lettura semplificata della realtà da incanalare in proposte politiche di facile appeal; dall’altro, il rapporto diretto e umorale tra il capo carismatico e le masse. Secondo quest’ultima accezione è populista il leader che “sente la pancia” dei propri elettori e agisce politicamente assecondando questa percezione puntuale.

Piazza Monte Citorio - pranzo riconciliazione Bossi Alemanno

Data la spiccata polisemia del termine, vorrei cercare di indagare l’idea di populismo proponendo un’interpretazione ulteriore, ma compatibile e magari comprendente quelle già date. Una sintesi, di parte come tutte le altre.

In un articolo recente, “Mala tempora currunt. La crisi italiana attraverso la pubblicità commerciale”, Antonio osserva che la pubblicità commerciale sta fagocitando temi e slogan propri dell’attualità politica, economica e sociale. Penso che potremmo provare a capire il fenomeno del populismo tentando di capovolgere – o espandere – la prospettiva di Antonio.

Cosa succede quando il dibattito politico diventa omogeneo, per linguaggio, tematiche e stile, alla retorica del consumismo?

I sintomi sono riconoscibilissimi. Deposto il piffero, il populista moderno ammalia sulla scena istituzionale e televisiva, con la disinvoltura di un venditore di materassi. Quante volte avrete sentito dire a Ballarò “ah, ma gli italiani non sono mica scemi!”.

Come il venditore, il populista non pone in grado di inferiorità nessun elettore. Se proprio deve – Grillo docet – fa sì che anche l’elettore più infimo, quando non può più identificarvisi, si senta meglio dei candidati che vota. Ma gli italiani saranno davvero meglio della classe politica che li rappresenta?

Ferrara

Il populista amministra le istanze dei propri destinatari e al tempo stesso le soluzioni per farvi fronte. Come il buon venditore, la politica populista ha lo charme – o meglio il potere – per produrre sia le esigenze, che i prodotti corrispondenti per chi compra. In quest’ottica, le ronde e il Viagra non sono poi così distanti; conta l’effetto immediato.

Il populismo equipara il mercato elettorale a qualsiasi altro libero mercato. Pensiamo al baratto voto-IMU, sul limite del voto di scambio. Ovviamente, la mia osservazione vi sembrerà anacronistica: quale partito oggi può farne a meno? Già, tutti i partiti a cui avete pensato, una volta accettato il paradigma liberista-populista sono – effettivamente – orientati a destra. Il populismo è costitutivamente di destra.

Infatti, tracciando la dicotomizzazione élite-popolo, il populismo rifiuta un’idea di società complessa e frammentata al proprio interno da interessi contrapposti (cfr. le categorie destra e sinistra secondo Wu Ming). Favorisce una visione più rassicurante di società, armonica e coesa, cristianamente vessata, la cui sopravvivenza è perennemente minacciata dall’esterno, da un agente deteriore che la “casta” incarna perfettamente.

Il populismo del duemila è una pacca sulla spalla dell’ormai impotente votante, un “vaffanculo” messo in bocca a chi non conta più nulla, l’ammissione della sostanziale non sovranità degli elettori, diventati – unilateralmente – consumatori.

Davide Puca

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