Forme del Concettare. L’arte di Donald Judd

Per certuni gli “specific objects” di Donald Judd sono l’apoteosi dell’insignificanza, per talaltri hanno rappresentato la morte dell’arte.

Ebbene, cari “certuni”, cari “talaltri”, e cari amici, dimostrerò il contrario.

Prima di tutto soffermiamoci e guardiamole. Ma con attenzione!

Cosa c’è lì, sul pavimento di questa grande stanza bianca? Un armadietto, magari dell’Ikea, messo per terra?

No, non è possibile, è troppo grande, e non ci sono né mensole, né ante, né perni.

È una scatola, allora; uno scatolone, di quelli per metterci dentro un sacco di oggetti; però è più chic di un prodotto dell’Ikea. Guardate le facce specchiate!

È uno specchio. Cubico e alto fino alla vita? Molto strano…

Ordunque, limitiamoci a dire che si tratta di un parallelepipedo, specchiato, in metallo, vuoto all’interno, e che, considerata la sua inutilità, pare non essere un oggetto quotidiano decontestualizzato come, ad esempio, la famosa pala da neve di Duchamp. E cioè: non abbiamo a che fare con un ready made.

Detto questo, conviene guardarlo più da vicino, forse qualcosa ci è sfuggito.

È sorprendente, lo vedete? Roba da maniaci. Cinque lastre levigate alla perfezione, senza difetto alcuno: nessun lato che eccede, nessuna testa di vite che fuoriesce. Tutto combacia al millimetro. Tra l’altro il metallo non è acciaio, ma alluminio anodizzato ed è difficile non rigarlo, vista la sua morbidezza. Un lavoro di fino, insomma.

Ma che genere di lavoro è? Forse quello di un artigiano? Dubito. Questi oggetti richiedono operai e macchine assai grosse: per fondere e anodizzare l’alluminio, per stampare e levigare le facce, per filettare gli abbocchi delle viti. E ci vuole l’Ottocento e, perché no, anche il Novecento; ci vogliono i fumi delle fabbriche, la chimica, Ford, Galvani, e amici vari. Cosicché, se queste “scatole” dicono qualcosa, in primo luogo parlano dell’industria.

Donald Judd

Eppure, il fatto che non siano ready made complica le cose. Come abbiamo detto, non sono il frutto di un lavoro artigianale, ma un certo non so che le rende “made”, senza “ready”.

Proviamo quindi a ripercorrere in senso contrario il processo di realizzazione, lungo l’intenzionalità costitutiva di questi oggetti. Cosa ha fornito alle macchine e agli operai la competenza necessaria a montarne le parti, se non delle istruzioni e un progetto a monte? Guardatele bene. Nella precisione della loro fattura non vi sembra di scorgere il riflesso di una meticolosa attività di assemblaggio mentale?

Ancor prima di mostrarci come sono state costruite, queste scatole ci dicono come sono state pensate. Suggeriscono lo sviluppo di un abbozzo che nulla ha a che vedere con i capricci della materia dura, tangibile, scarsamente elastica, sincera nei suoi “abiti inveterati”. Raccontano piuttosto un’altra materia, fluida, intangibile, fin troppo mutevole: il pensiero e quello specifico ritmo con cui, chiuso in sé stesso, avanza idea per idea, valutando il corredo delle implicazioni comportato da ogni singolo passo inferenziale.

Le sculture di Judd sussurrano “un concettare” che, per non abbandonarsi al vuoto del possibile, si assicura al filo della ragionevolezza e matura, senza fretta alcuna, la convinzione di poter finalmente possedere la realizzabilità dell’opera cui tende.

Così, nella quiete lucida di queste superfici, brilla un intento prometeico: prevedere il futuro.

Ma non è forse questo il modo di sognare con i piedi per terra?

Luca Libertini

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