Vivere oltre. Morte e memoria a portata di smartphone

”Qui giace un uomo di grande carisma. Padre e marito devoto, lascia una vita di soddisfazioni. Facebook e Twitter ne danno il triste annuncio”.

Immaginate che tutta la Rete possa venire a conoscenza della nostra morte. Tra cent’anni, è chiaro.

Senza sforzarsi troppo, basta informarsi sulle applicazioni per social network che continuano a comunicare per noi, anche dopo il nostro ultimo respiro.

L’uomo liquido, che si percepisce in-presenza solo nel mezzo di comunicazione e vuole prolungare la sua socialità, ha inventato un folkloristico stratagemma per essere immortale.

Si tratta di monumenti 2.0 che affidano la memoria a un cloud, sollevando parenti e amici da qualsiasi impiccio commemorativo.

Primo tra tutti LivesOn che, col suo claim quasi inquietante, precisa: “When your heart stops beating, you’ll keep tweeting”. Quindi, anche quando il nostro cuore smetterà di battere, pensieri da 140 caratteri saranno pronti a ricordarci.

Un Twitter dell’oltretomba che permette, attivando un account da vivi (quanta lungimiranza!), di proseguire con le nostre vecchie abitudini in materia di followers e tweet anche una volta defunti, così da garantire una comunicazione coerente con quanto scritto in vita. Il tutto sarà curato da una persona da noi stessi incaricata: una sorta di social media death manager.

LivesOn

Per i più pratici di Facebook, c’è anche If I Die, che permette di programmare video-messaggi o stati da far pubblicare dopo la morte.

Divertente e spaventoso, insieme.

Semioticamente, questa ”moda” abbraccia questioni culturali come la morte, l’immortalità e la memoria.

Il concetto di fine vita cambia a seconda della cultura considerata. In linea di massima, parliamo di non-vita materiale. Questa visione digitalizzata della fine dei giorni potrebbe portare a un annullamento del confine tra i due stati dell’essere, sprofondando in un’ontologia ultraterrena. Si approda in una verità nuova: l’io-digitale sopravvive a noi stessi, non solo come io-commemorato, ma come utente attivo.

Cambiano, di conseguenza, anche i luoghi della morte. Il cimitero o la tomba subiscono una netta trasformazione valoriale, attraverso una risemantizzazione spaziale.

L’esempio più chiaro per comprendere questa metamorfosi è Rest in memory: un sistema che permette di archiviare la nostra vita su un supporto digitale. Una mattonella (di vero marmo italiano, giurano gli imprenditori sul sito) con un Qr Code da posizionare sulla lapide.

Macabro? Feticista? Sarà. Resta il fatto che l’idea di Rest in memory è quotata in borsa. Il prezzo del cofanetto oscilla dai 60 ai 130 euro, a seconda delle caratteristiche e del numero.

Con uno smartphone si possono scoprire tutte le informazioni di un parente defunto o di un perfetto sconosciuto, caricate da persone accuratamente scelte in vita.

O ancora, E-tomb (in fase di progettazione): la tomba con pannello solare e chiavetta Bluetooth, a cui è possibile collegare tutti i dispositivi social.

Immaginate queste lapidi rimodernate, tali da riuscire creare un mondo parallelo al già parallelo 2.0. Non si parlerà più solo di villaggio globale, con buona pace di McLuhan, ma di cimitero globale. Un monumento alla memoria che richiama gli studi culturali condotti da Lotman in cui identità e memoria si rincorrono.

La fondazione identitaria ha delle regole precise che, se pensiamo a questo modo di ”ricordarsi” social, vengono in parte ribaltate. Si ha una divisione sui contenuti e sui luoghi: smartphone, lapidi e video pre-morte sono testi che stimolano la memoria, giocando tutta la partita sul concetto di socialità presente e passata.

Anche il futuro, poi, assume un ruolo cardine. Pensare di digitalizzare il proprio ricordo e il proprio testamento (come permette Google) trasforma la memoria in un progetto su quello che deve ancora avvenire. Una costruzione della memoria già programmata in vita affinché, a costo di piccole censure, offra un ritratto affettuoso e consolante.

Proprio come in ogni necrologio che si rispetti.

Mario Panico

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