Un libro, uno specchio, un po’ di magia: Mirror. Le riflessioni creative di Suzy Lee sulla natura del libro e sull’infanzia

As a book artist, I am very interested in creating a book which is possible because it takes the form of the book. There are many interesting aspects that the book as an object naturally innate. I focused on “the border” between the two facing pages of the book, the center binding line. What if I use this gutter intentionally to make a story?”  Suzy Lee

C’era una volta… Di solito ci si aspetta che ogni libro per l’infanzia inizi così. Sebbene non sia una regola universale, esiste una categoria di pubblicazioni che evita questo incipit: si tratta di pubblicazioni mute, che non fanno cioè uso del testo.

Questo tipo di libri non si rivolge certo a una sola parte di pubblico e si compone di una grande varietà di soluzioni creative. Vorrei così soffermarmi sulla produzione di Suzy Lee e, più precisamente, sul suo libro Mirror in cui usa espedienti e soluzioni che vanno al di là della veste grafica.

La narrazione è piuttosto semplice. Si tratta di una breve avventura vissuta da una bambina che si trova in una situazione tipica per la sua età: la necessità e il gusto di esplorare il mondo circostante con le sue bizzarre regole.

Questo tema è molto caro a Suzy Lee, che vi si concentra in quasi tutti i suoi libri secondo punti di vista diversi. In Mirror la bambina ha a che fare con uno specchio, del quale, se non fosse per il titolo, il lettore non si renderebbe immediatamente conto, poiché le prime pagine si presentano così:

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Lo specchio non viene rappresentato. Sembra che non ci sia. Di cosa si tratta dunque, se non sappiamo che c’è?

Sono due bambine che fanno la stessa cosa?

È proprio questa, forse, la domanda che si pone un bambino molto piccolo davanti a un oggetto inesplorato e tuttavia considerato semplice come uno specchio: di cosa si tratta?

Il testo ci mette nella posizione dello spettatore per ben due volte. Siamo lo spettatore del libro e lo spettatore davanti allo specchio, con cui ci identifichiamo, o comunque attraverso il quale siamo in grado di porre domande e formulare ipotesi circa il significato e la corretta interpretazione dell’immagine che si trova davanti ai nostri occhi.

Possiamo parlare, dunque, di un débrayage (inquadratura) enunciazionale e constatare l’ambiguità dell’immagine, dalla quale dipendono quella dell’azione e dell’effettivo numero di soggetti coinvolti. È un gioco di mimi o un solitario riflesso? Ci sono una o due bambine?

Tutta la narrazione gioca su tali domande e sono proprio queste, legate strettamente all’esperienza del mondo e alla relativa conoscenza che si sviluppa in età infantile, a giustificare l’introduzione dell’elemento magico.

Riflesso vivo

Il riflesso prende vita e la bimba entra nello specchio.

Senza questo elemento si potrebbe forse parlare di pura acquisizione di una competenza da parte del soggetto; di un libro istruttivo, che contiene informazioni circa il mondo. Tuttavia questo testo, che si discosta dall’illustrazione classica, avvicinandosi al design e richiamando alla mente del lettore italiano i libri illeggibili di Bruno Munari o i suoi esperimenti su Cappuccetto Rosso, ma soprattutto le idee creative di Enzo e Iela Mari in realtà non fornisce istruzioni o insegnamenti in modo canonico e non certo a proposito del mondo reale.

Quando si compie la magia si esplicita un meccanismo per il quale il paratesto diviene testo e segno. Il libro sta, secondo qualche rispetto o capacità, per lo specchio ed è proprio la sua struttura fisica a consentire all’autrice di creare gli effetti di realtà e di ambiguità presenti nella narrazione. Inoltre, è come se tutte le domande che è possibile porsi davanti a uno specchio, attingessero risposte dai mondi della fantasia.

Ogni bambino esplora facendo delle supposizioni, formulando ipotesi, senza ottenere una risposta certa finché non fa una prova. Ogni bambino lavora con la propria fantasia e immaginazione creando costantemente mondi alternativi in cui l’impossibile è possibile. Suzy Lee ci lascia spesso nelle sue opere con un punto interrogativo a questo riguardo, lasciandoci con in mente la stessa domanda che si fa Alice nella sua rielaborazione del famoso libro di Lewis Carrol: e se fossimo, noi, nient’altro che sogni? Qual è la realtà “reale”?

Così, il libro, diventato segno, assume anche un significato metaforico: è attraverso il libro, veicolo per antonomasia di rappresentazioni della realtà, che si dà la possibilità di rappresentare altri mondi possibili. Dunque attraverso un processo interpretativo, attraverso l`immaginazione di una bambina e un mini-racconto, un libro e uno specchio vengono ad assumere funzioni simili: sono confini tra mondi possibili.

Un’estrema semplicità dei tratti, l’uso ponderato dei colori e l’impostazione minimale della pagina, che obbedisce alle regole della composizione geometrica e della simmetria dei riflessi, insieme a una narrazione estremamente semplice. Sono questi gli ingredienti di un’articolata riflessione sull’infanzia, sull’esperienza del mondo e sulle rappresentazioni che se ne possono dare. Questo libro risulta dunque “speciale” non solo perché muto, quindi determinato dalle capacità inferenziali del lettore, ma anche per le soluzioni creative e la sintesi, inversamente proporzionale alla vastità dei piani enciclopedici che esso ritaglia e attraverso cui è possibile compiere percorsi interpretativi coerenti e decisamente non accidentali. Le inferenze relative alla narrazione, le passeggiate del lettore, chiamano in campo memorie personali, sensazioni e associazioni di idee del tutto private ma anche di tutti. La forza di quel confine tra immaginazione e realtà si trova nel suo essere di tutti allo stesso tempo e di ognuno in particolare. È sia contestuale che universale e rende giustizia, sia sul piano dell’espressione che sul piano del contenuto, della più minimale e intima natura del libro come artefatto.

Marta Pellegrini

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