Semiotica oltreconfine: Kristian Bankov e la Early Fall School

Oggi inauguriamo Semio-teca, appuntamento occasionale del venerdì dedicato a recensioni di testi, interviste e lavori di analisi più complessi (scaricabili); tutto ovviamente redatto da noi autori, ma anche suggerito e proposto da voi lettori. Avete un contributo, un paper, uno scritto “semiotico” che vorreste condividere? Scriveteci!

Apriamo Semio-teca con un’intervista che Roberto ha realizzato durante la sua partecipazione alla XIX edizione della Early Fall School of Semiotics della New Bulgarian University.
Tenutosi a Sozopol, una cittadina bulgara sulla costa del Mar Nero, l’evento ha riunito per dieci giorni più di 50 studenti e dottorandi.

I workshop sono stati tenuti da docenti di tutta Europa, tra cui Eero Tarasti (Helsinki), Patrizia Calefato (Bari) e Franciscu Sedda (Roma).
Roberto ha intervistato il professor Kristian Bankov della NBU, il principale organizzatore, che ci ha gentilmente concesso un po’ del suo tempo.

Come e quando è iniziato il progetto della Early Fall School of Semiotics della New Bulgarian University?

Il progetto prese forma nel lontano 1995 quando io non ero ancora professore alla NBU.
I primi lavori furono guidati dalla professoressa Maria Popova, con l’interesse e il supporto ideologico del semiologo americano Tomas Sebeok.

Il titolo di quest’ultima edizione è “Food and cultural identity II: between Market, Social Sciences and Humanities”. Perché questo tema?

Il tema del cibo e delle identità culturali fa parte di un progetto, iniziato due anni fa e finanziato dal Ministero degli Esteri italiano, incentrato sui riti e sull’efficacia rituale.
Una parte di questo studio sui rituali verteva sul cibo e ci è sembrato interessante sviluppare ancora più a fondo la questione.

I colleghi del CIRCE dell’Università di Torino, il Centro Interdipartimentale di Ricerche sulla Comunicazione dell’Università di Torino (e in particolare Simona Stano che lavora su questi temi), comprendendo il valore globale di uno studio sul cibo quale base per spunti interessanti per diverse discipline (marketing, semiotica, discipline umanistiche), hanno proposto di formulare un progetto e di chiedere fondi per un seminario relativo a questi temi.

Il progetto è stato pensato per un ciclo triennale. Le prime due edizioni sono andate benissimo e tutte le aspettative sono state confermate e, anche se inizialmente abbiamo ricevuto alcune critiche, alla fine i risultati hanno mostrato la serietà e l’importanza del tema trasformando le critiche in plausi.

L’anno prossimo quindi si ripeterà l’esperienza?

Beh, nel 2014 si terrà a Sofia il prossimo IASS World Congress of Semiotics, il congresso mondiale di semiotica dell’IASS.

Non avremo quindi, purtroppo, la possibilità di organizzare la EFSS a Sozopol per evidenti problemi logistici legati al congresso internazionale, ma dovremmo riuscire comunque a tenere a Sofia il nostro tradizionale ciclo di lezioni estive che l’anno prossimo giungerà alla XX edizione. Tutti i materiali raccolti in questi anni, le ricerche, i contributi dei vari professori e degli studenti, i cortometraggi girati cominciano a formare un piccolo patrimonio accademico dal valore unico.

Sono quindi certo del fatto che al congresso mondiale sarà lasciato ampio spazio agli studi sul cibo e sull’alimentazione anche in un’ottica interdisciplinare

Il nostro è un sito di studenti dell’Università di Bologna, città dove lei ha studiato. Che ricordi ha, qual è stato il suo percorso?

Bologna è stata una città fondamentale nella costruzione della mia carriera accademica.
Ci capitai quasi per caso, grazie a mia madre che sposò un uomo di Bologna; sono cresciuto e ho frequentato lì l’università. La mia prima scelta è stata quella. A quel tempo il contesto bulgaro non era nemmeno comparabile.

L’Alma Mater era, ed è ancora adesso, una delle più rinomate università del mondo, un luogo con un fascino incredibile e una storia ormai millenaria.
Allora il mio sogno era di intraprendere la carriera cinematografica e decisi quindi di iscrivermi al DAMS spettacolo.

Già dai primi mesi, iniziai a seguire le lezioni di un tizio barbuto seguito da centinaia di persone. Inutile dire che quel professore era Umberto Eco.

Bankov & Eco

Ma limitarsi a lui sarebbe riduttivo. Tutto il gruppo semiotico di quel periodo era eccezionale: Ugo Volli, Paolo Fabbri, Omar Calabrese. Era facile interessarsi alla disciplina con elementi di questa caratura.

Fui poi fortunatissimo. Tornato in Bulgaria scoprì che era appena stato creato un master course in semiotica alla New Bulgarian University. La cosa aveva dell’incredibile visto che neanche a Bologna avevano un corso del genere. A due settimane dalla laurea cominciai le mie prime esperienze nel campo della didattica e dell’insegnamento. Il tutto si è sviluppato in crescendo.

Quali sono le aree di studio che più la interessano e nelle quali è stato più produttivo?

La mia tesi di laurea era legata alla filosofia del linguaggio. Il mio relatore, Ugo Volli, mi mandò a Parigi dove sviluppai un mio modello.
Quest’esperienza mi ha aiutato molto per formare delle solide fondamenta sulla conoscenza dei linguaggi.

Successivamente, ho scritto un libro sull’identità e sulla temporalità: una temporalità ontologica che trova le sue basi negli studi di Heidegger. In modo quasi naturale sono arrivato ad argomenti di superficie come la cultura dei consumi e ho introdotto all’università lo studio degli stili di vita.

Negli ultimi anni mi sono invece spostato sui new media e sulla circolazione del contenuto culturale.

L’intervista è quasi terminata, un consiglio ai nuovi studenti di semiotica?

Siate eclettici, andare oltre i partigianismi e le guerre semiotiche degli anni passati. La semiotica è una metodologia molto ben sviluppata che può andare alla radice di molte questioni analizzando realmente la cultura. Bisogna però evitare di rimanere fermi sulle posizioni di scuola e su specifiche teorie che alienano la semiotica dal resto delle discipline.

Un ulteriore rischio è l’allontanamento dei giovani dalla semiotica. Deve esserci un bilanciamento della teoria, ovviamente essenziale, senza però lasciare da parte, e anzi cercando di promuovere il più possibile, studi più pratici e vicini al mondo reale.

Roberto Molica

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