Food Porn: la mania di fotografare ciò che si mangia

Il cibo è un sistema di comunicazione, un corpo di immagini, un protocollo di usi, situazioni e comportamenti”

Roland Barthes

Checché ne dicano i detrattori di Internet, è proprio il web 2.0 il caleidoscopio per monitorare i cambiamenti sociali. Basti pensare alla moda che spinge gli utenti di Instagram a condividere i piatti che mamma o lo chef stellato hanno preparato per loro.

In America, tutto questo ha da tempo un nome: food porn, o pornografia alimentare. L’occhio della fotocamera o il display dello smartphone diventano feticci sessuali che spiano provocatoriamente il piatto appena servito. Una tendenza che non ha contagiato solo i foodblogger, che si occupano di recensire piatti in giro per il mondo, ma anche gli utenti medi che abbinano appositamente tovaglia e tovaglioli, e dispongono posate e tazzine come meticolosi scenografi.

La foto al piatto ha sostituito la preghiera di ringraziamento. Si può fotografare di tutto, rigorosamente dall’alto, facendo diventare gli altri utenti commensali virtuali dell’instagrammer in questione.

Se comunicare è comprendere il mondo attraverso linguaggi verbali e non verbali, il cibo, semioticamente, racconta molto di una società. Gli spaghetti al pomodoro con una foglia di basilico ricordano il Bel Paese, gli involtini primavera bagnati nella salsa agrodolce l’estremo oriente e due brezel al formaggio una gita oltralpe. Questa potrebbe essere una chiave di lettura, a cui Instagram, forse inconsapevolmente, dà una mano.

La moda da smartphone, oltre che far girare in rete mille piatti e composizioni, mostra anche i modi e i tempi in cui mangiamo e condividiamo, cose che implicano una precisa ritualità. C’è continua ripetizione: colazione, pranzo, merenda e cena, colazione, pranzo, merenda e cena e così via.
Fa tutto parte del gioco, dei meccanismi di significazione. Nel mondo social che si declina in un buon 70% in mass self communication, cioè in autopromozione, l’alter ego virtuale si definisce attraverso il cibo che mangia e che comunica: chiunque può identificarsi come vegetariano, vegano, onnivoro e via dicendo, creando una connessione identitaria e viscerale, così come la definirebbe Marrone.

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Anche la scienza ha voluto dire la sua rispetto al caso. E da Toronto, la direttrice del reparto psichiatrico dell’Università canadese, Valerie Taylor, ha dichiarato che fotografare il cibo in maniera compulsiva potrebbe rappresentare una vera e propria malattia. La monopolizzazione del pensiero e della fantasia sembra essere il rischio più grave. L’utente che fotografa solo ciò che mangia – elevando alla potenza la citazione “siamo quello che mangiamo” – inevitabilmente, si dimentica dei luoghi, dei tramonti e dei dettagli intorno a lui.

Si tratta di quella solitudine collettiva di cui si parla quando si ha a che fare con i new media. Fotografare il cibo permette di avere i nostri contatti sempre sul pezzo rispetto al nostro regime alimentare, ma spesso impedisce la comunicazione con chi materialmente è con noi a tavola. Immaginate una famiglia intera che, invece di commentare la prelibatezza del pesce al cartoccio, è impegnata a scegliere il filtro giusto sul proprio dispositivo mobile.

La protesta contro questa abitudine digitale ha coinvolto anche molti ristoratori, stanchi di vedere commensali più attenti allo scatto che non all’ingrediente segreto. Un esempio? Il Bite, a Dublino, dove la regola ferrea è scritta su grandi cartelloni sparsi per tutto il locale: “No Instagramming. Just Eat”.

Mario Panico

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