La sintassi del razzismo. Un’ analisi dei discorsi e delle loro procedure testuali

Io tutt’ora li chiamo negri”, disse Paolo Villaggio qualche tempo fa ai microfoni de La Zanzara su Radio 24. Un’affermazione divenuta subito oggetto di polemiche e discussioni. Il comico ligure fu accusato di razzismo e l’intervista venne metaforicamente inserita nel catalogo delle dichiarazioni xenofobe, frequentemente rivolte contro il Ministro dell’Integrazione Cecile Kyenge. Certo, Villaggio dice “negro” seguendo quello stesso procedimento che ci porterebbe a preferire il latinismo “familiare” all’altrettanto accettabile “famigliare”, squisitamente fiorentino.

Eppure non possiamo fare a meno di chiederci: come si costruiscono, allora, i discorsi razzisti?

Cecile-KyengeSemplificando un po’ la questione, possiamo dire che il razzismo e le sue manifestazioni testuali si presentano sotto un doppio profilo: quello le cui argomentazioni si reggono su motivi di tipo etico-spirituale e quello che ricerca basi biologiche a sostegno delle proprie tesi.

Il primo si esprime attraverso una vasta letteratura (come il pensiero kantiano de La religione entro i limiti della sola ragione, ad esempio), mentre il secondo ha trovato principale rappresentazione nei noti fatti politici del secolo scorso. D’altro canto, è sbagliato supporre che le due diverse prospettive siano sempre in contrapposizione l’una con l’altra, come alternative che si escludono reciprocamente.

Le affermazioni che i media classificano come “razziste” o “xenofobe” consistono piuttosto in raccolte di dichiarazioni o enunciati i cui sensi spesso ci obbligano a passare dal culturale al biologico, talvolta in vista di una maggior efficacia comunicativa progettata da chi parla. Spesso tali operazioni retoriche corrono però il rischio di innescare una confusione tra il piano etico e quello biologico-materiale. Ma che cosa le rende possibili?

Al di là delle considerazioni di natura più specificamente sociologica, è un criterio di tipo semantico a entrare in gioco, in maniera così decisiva da regolare la struttura sintattica dei discorsi. Questo, più che un tratto-guida, è in realtà il criterio di ambiguità su cui si forma il lessico del discorso razziale: consiste semplicemente nella possibilità, offerta dal nostro dizionario, di interpretare una parola in più modi differenti.

Ad esempio, sostenere che l’espressione “l’intelligenza della razza ariana” sia identica a “l’intelligenza di Paolo” comporta una riflessione etimologica (intelligere, lat.), che ci consente di riconoscere a questo termine un referente di volta in volta diverso, proprio a causa della sua ambiguità. Lo stesso procedimento può essere applicato anche al termine “valore” o all’aggettivo “civile”: operazioni compiute dal discorso razziale già dai suoi esordi storici (Arthur de Gobineau, Sull’ineguaglianza delle razze).

Da queste micro-tessere, scelte dal parlante e dalla comunità, dipende la costruzione di un lessico che evidentemente, in mancanza di un sistema di ordinamento interno, inaugura tuttavia discorsi sintatticamente corretti. La confusione tra colore della pelle e caratteri psicologici, quindi tra dati biologici e dati etici, risulta essere il prodotto dell’esercizio di una nostra incontrollata, ma autorizzata, libertà di formazione semantica.

Alberto Sonego

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