Fenomeno Bitstrips: l’invasione dei fumetti su Facebook

“È come se fossimo costantemente accompagnati da una nuvola di contatti, informazioni e simboli, da un’aura elettronica in grado di integrare, aumentare, sino a far esplodere, la nostra identità personale. Siamo sempre con qualcuno, ma mai in modo completo”.

De Kerckhove

Dopo gli stati e le foto, arrivano i fumetti. L’autobiografia dei social network ha un nuovo stile narrativo.

Bitstrips, un’applicazione nata nel 2012, ha già superato 1 milione di download nel giro di un anno.

L’idea è venuta a dei ragazzi canadesi che, senza alcun investimento, hanno scommesso sul progetto: una app che permette di condividere strisce di fumetti che rappresentano le attività quotidiane degli utenti social.

È semplicissima da usare: dopo aver scaricato l’applicazione o essere andati sul sito, si inizia a creare il proprio avatar modellandolo a propria immagine e somiglianza: stesso colore degli occhi e dei capelli, stessa espressione del volto, stesso peso, stesse rughe d’espressione. In pochi passaggi (a meno che non siate vanitosi) si ottiene un’auto-rappresentazione mediale che da quel momento sarà il nostro corpo “altro”.

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Dopo la creazione si può iniziare a far “vivere” il personaggio, in una specie di Grande Fratello a balloon, riproponendo situazioni quotidiane con gli amici di Facebook, creando una relazione simile a quella che instaura il tag.

I protagonisti assumono dei ruoli attanziali specifici a seconda delle vignette. Riprendendo Greimas, ogni avatar possiede una precisa identità nominale (un preciso rimando a un profilo Facebook che diventa identitario), delle caratteristiche fisiche simili al reale (una caratterizzazione figurativa) e svolge nella vignetta un’azione realmente accaduta o desiderata (un preciso programma narrativo).

Il linguaggio utilizzato è, logicamente, informale e riprende quello ordinario del mondo reale. Oltre ai dialoghi, chiunque può scrivere una didascalia esplicativa della situazione. Questo permette, nel caso in cui l’autore della vignetta sia al tempo stesso protagonista, una narrazione onnisciente e in prima persona.

L’applicazione, seguendo Illich, risponde alle caratteristiche di strumento conviviale: quello che mi lascia il più ampio spazio e il maggior potere di modificare il mondo secondo le mie intenzioni.

La realtà assume una natura fortemente simbolica, con dei contesti ben precisi che non possono essere modificati: l’ufficio, la cucina, lo studio, il supermarket. Cambiano i protagonisti, ma lo spazio-ambiente bidimensionale in cui i fumetti parlano è comune a tutta la popolazione Bitstrips.

Gli usi che se ne possono fare sono diversi: addirittura c’è chi, come il ventinovenne Tarik Dlala, l’ha utilizzata per creare il proprio curriculum vitae.

Bitstrips ha superato la prova di mass appeal, catalizzando il pubblico e le agenzie di comunicazione che cercano nuove leve in grado di usare al meglio anche questo strumento.
In America è diventato persino un dispositivo di formazione. In molte scuole, infatti, si insegna attraverso Bitstrips for school, uno strumento in grado di stimolare la creatività e motivare i bambini a fare i compiti.

Questa applicazione, che ricorda la filosofia di Second Life, avvalora il carattere multiplo della persona e la sua riproducibilità nei media. Il corpo si proietta in un fumetto e parla per noi, attraverso noi.

Certo, c’è il rischio che diventi un gioco ripetutamente noioso, ma l’eccesso è un destino comune a tutti questi sistemi.

Mario Panico

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