I media italiani e la violenza nella coppia. Uno sguardo interdisciplinare al caso Melania Rea

Non c’è dolore così grande che non possa modificarsi o che ti destabilizzi se lo puoi raccontare e qualcuno è lì per ascoltarti.”
 Giovanni Liotti

Nel trattare l’argomento della violenza di genere abbiamo pensato a uno sguardo interdisciplinare per analizzare i servizi di approfondimento di cronaca nera. Quello che ci interessa capire è la dinamica con cui gli approfondimenti su questo tema sono costruiti e quali connessioni ed effetti di senso si instaurano. Il nostro, non potendo essere una analisi approfondita, è un tentativo di sguardo “incrociato” ad alcuni video, con l’obiettivo, più che di fornire soluzioni, di sollevare domande e porre questioni circa l’effetto che questo tipo di televisione ha spesso anche su di noi come spettatrici.

Spesso l’argomento viene introdotto da un servizio corredato di musiche suggestive e commentato da una voce fuori campo. Il discorso include quasi sempre la descrizione stereotipata di ruoli tematici. Le isotopie che ricorrono più di frequente sono legate alla sfera emotiva e riguardano l’amore, la famiglia, la sfera sessuale, la distinzione nei ruoli uomo/donna o moglie/marito. La musica è presente principalmente in funzione di un’esaltazione del livello emozionale (patemico). In questa parte iniziale vengono introdotti gli attori che poi saranno i personaggi della storia di cronaca. I ruoli tematici delineati, se messi in parallelo con le dinamiche soggettive individuate dall’analisi transazionale, sembrano poter essere basati su dinamiche di relazione come quelle modellizzate dai ruoli presenti nel triangolo drammatico di Karpman.

Il triangolo si compone del ruolo di persecutoresalvatore e vittima (ogni ruolo è in correlazione agli altri):

Salvatore:
 il pensiero di salvare l’altro diviene l’obiettivo della propria vita

Persecutore: l’ossessione di salvare è spinta all’eccesso e assume nel tempo la forma di una     persecuzione che si manifesta con l’esigenza di controllare l’altro in modo totalizzante

Vittima: il momento del fallimento negli altri due ruoli porta a una colpevolizzazione dell’altro e ad un atteggiamento di vittimismo e di passività

Secondo l’analisi transazionale, ognuno di questi tre ruoli viene alternativamente assunto dallo stesso attore nella relazione di codipendenza affettiva. Questa dinamica (esasperata e portata all’estremo) è comune alla maggioranza dei casi di violenza di genere all’interno di una coppia. In molti video emergono tutti e tre i ruoli attraverso affermazioni spesso contraddittorie e soprattutto grazie a un linguaggio ricco di aggettivi e sfumature a carattere fortemente patemico; tuttavia il triangolo, con le dinamiche a esso legate, non viene affatto esplicitato ma ci si limita a ripercorrerne le fasi creando un effetto ottundente, utile a calare lo spettatore in una relazione empatica con i vari soggetti.

Un’altra componente che spesso si presenta nei servizi che raccontano storie di questo tipo è una sorta di “argomentazione sulla base di fatti”, come a voler rendere lo spettatore competente, a volergli fornire gli strumenti per districarsi nel caso, come se fossimo in un giallo. Il che implica la presenza di testimonianze dirette (per lo più interviste) e la trasmissione di registrazioni di conversazioni telefoniche o la lettura pubblica di corrispondenze private, l’elencazione di prove a carico o discarico, prese tra gli atti del processo o come prove nelle indagini. La narrazione scende nei particolari più dettagliati. L’enunciazione si sposta spesso in prima persona amplificando l’effetto di immedesimazione dello spettatore. Il livello patemico diviene predominante. Nessuna delle informazioni fornite aggiunge di fatto elementi fondamentali già presentati in precedenza nel programma narrativo principale, piuttosto i dettagli circostanziali vengono utilizzati in funzione della ridondante descrizione di una relazione di tipo dipendente tra gli attori.

Lo schema di Karpman  è utile in questi casi perché costituisce una modellizzazione di dinamiche  di coppia con maltrattamenti in cui si riscontra quasi sempre una situazione di dipendenza emotiva. La persona dipendente si caratterizza come debole, bisognosa e indifesa mentre l’altro appare come grandioso e competente. In sua assenza, il vuoto diviene totalizzante e in esso collassano le capacità mentali, motivo per cui il dipendente si adopera in tutti i modi per avere qualcuno al proprio fianco. Il suo scopo è quello di mantenere la relazione per non cadere nel vuoto disorganizzato in cui si sentirebbe inadeguato e fragile.

Si viene a creare quello che Semerari definisce ciclo Sadomasochista, in cui l’eccesso di disponibilità unilaterale corrompe la relazione. La dipendenza non permette di porre limite ai tratti peggiori. “L’altro” si può permettere tutto ed è così che la dipendenza favorisce l’abuso in quanto, molto spesso, quella con l’abusante è anche l’unica relazione presente nella vita del dipendente e questo a sua volta aumenta la dipendenza in un ciclo continuo senza interruzione.

A questo punto la narrazione raggiunge in molti casi il culmine nella descrizione dei dettagli concernenti la violenza o l’omicidio e ricorre a considerazioni di carattere generico che concernono sia la sfera sociale e affettiva dei personaggi, sia l’iter giuridico intrapreso. Questa parte della narrazione vorrebbe configurarsi come una trattazione tecnico-scientifica degli accadimenti a scopo di sanzione, come intesa da Greimas, ma non si discosta molto dai toni utilizzati in precedenza, in quanto insiste, anche attraverso immagini spesso ripetute, nel richiamare alla mente dello spettatore il livello patemico e una gamma di dettagli superflui. L’elenco di dettagli viene normalmente accompagnato da osservazioni di personalità illustri (o presunte tali) che però vengono spesso spezzettate e a volte rese incoerenti. Inoltre sono frequenti le osservazioni di terzi anche non qualificati che fanno capo a ragionamenti appartenenti al buon senso o a quella che normalmente viene chiamata “saggezza popolare”. Si perde la possibilità (se mai ci fosse stata in partenza) di portare avanti un discorso neutrale con lo scopo di razionalizzare e spiegare le dinamiche precedentemente messe in scena.

L’uso sincretico di diversi mezzi quali la musica, il discorso, le immagini, contribuiscono a un effetto di senso generale che trasmette le passioni, le valorizzazioni in gioco e le dinamiche tra i ruoli attanziali anche da diversi punti di vista; ma trascura o omette – camuffandolo – il discorso tecnico-scientifico che dovrebbe essere utile a una razionalizzazione e spiegazione super partes degli eventi. Il risultato generale è un effetto ottundente e confusionario che riporta una storia romanzata. Il risultato per lo spettatore è una forte empatia con il punto di vista degli attori, in assenza di una spiegazione reale e comprensibile delle dinamiche interne alle relazioni. Non sembra esserci l’intenzione di una reale prevenzione finalizzata a far fronte a situazioni simili e nemmeno di fare pura informazione. Esistono in letteratura, in psicologia, linee guida per la divulgazione e per la prevenzione che non vengono quasi mai utilizzate o seguite, in funzione quasi sempre di una eccessiva spettacolarizzazione di eventi traumatici.

Marta Pellegrini e Monica Tessore 

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