Biancaneve: un’eroina transmediale fra tori e sangria

Era il 1937 e nelle sale si proiettava “Snow White and the seven dwarfs”: il primo lungometraggio in cel animation della storia del cinema, il primo film d’animazione prodotto in America, il primo completamente a colori e prima produzione di Walt Disney. “Biancaneve e i sette nani” è una celebre favola dei fratelli Grimm del 1812, a sua volta trasposizione letteraria di tutta una serie di racconti orali popolari europei; ha attraversato più di un secolo, affascinando generazioni di grandi e piccini con le sue numerose e multiformi traduzioni intersemiotiche: manga, opere liriche e teatrali, film, fiction, cartoni animati, fumetti, videogiochi.

Il 2012 è stato l’anno di Biancaneve con ben tre film nelle sale: “Biancaneve Mirror Mirror” con Julia Roberts, “Biancaneve e il Cacciatore” con la vampira Kirsten Stewart e il pluripremiato Blancanieves, uscito nelle sale italiane a fine 2013. Ed è proprio alla luce di quest’ultima acclamata pellicola che può essere interessante fare un’analisi dell’evoluzione del ruolo della protagonista e dei valori profondi della narrazione.

Si tratta di un film spagnolo del 2013, diretto da Pablo Berger: un prodotto filmico muto e in bianco e nero. La storia si svolge nell’Andalusia degli anni Venti: Blancanieves è una giovane torera che si esibisce in una compagnia di nani, anch’essi toreri; la madre, ballerina di flamenco, è morta dandola alla luce e il padre, ex torero ormai invalido, si è risposato con una bella quanto crudele infermiera.

La struttura polemica e i programmi narrativi dei personaggi rimangono gli stessi della favola, pur mutando i ruoli tematici: un re-torero, una madre-ballerina, un’invidiosa matrigna-infermiera. Al bianco e nero e all’assenza di dialoghi, si aggiungono, poi, strategie enunciative che amplificano gli effetti patemici e li rendono particolarmente potenti: fotografia contemporanea e colonna sonora modulata magistralmente sugli stati passionali e sugli sviluppi narrativi. Ma, nonostante le particolarità tecniche, l’aspetto interessante della pellicola è che sulla struttura originale della fiaba si innestano, quasi “naturalmente”, numerosi elementi contemporanei: le citazioni grottesche (una matrigna sadomaso), il tema delle cure di fine vita, la spettacolarizzazione della morte e della mostruosità.

Sono presenti isotopie nuove ma i valori di fondo rimangono immutati e permettono alla storia di sopravvivere risemantizzandosi e riacquistando tutta la cupa drammaticità della favola originale, così lontana dal buonismo disneyano e dagli ammiccamenti vampireschi.

È il mitismo dell’attante duale Biancaneve-Matrigna che permette alla narrazione originale di mantenersi viva, riconoscibile nonostante si modifichino le coordinate spaziali, temporali e attoriali; nonostante uno slittamento progressivo della figura di Biancaneve da soggetto passivo non caratterizzato e privo di programmi narrativi propri, alla principessina sentimentale di Disney e alla guerriera Kirsten Stewart, per arrivare all’ultima, epica figura.

Una storia semplice, quindi, e che, tuttavia, dimostra di avere ancora molto da raccontare e di poterlo fare declinandosi nelle più disparate forme: sono i tratti distintivi di Biancaneve che ne fanno un’eroina sociosemiotica, capace di attraversare tempo e spazio e di modellarsi su nuovi temi e valori.

Ma, sfortunatamente, stavolta, la principessa è destinata a soccombere: non c’è risveglio dalla morte, non c’è principe (se non un nano), né amore, né pietà; solo una lacrima.

Alessia Parrini

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