Intervista ad Andreas Ventsel: la semiotica della politica e la nuova scuola semiotica di Tartu.

Andreas Ventsel è senior lecturer presso l’attuale Dipartimento di Semiotica dell’università di Tartu in Estonia. Il suo ambito di ricerca è la politica, con particolare interesse verso la formazione delle identità politiche e dei discorsi che vi circolano intorno. Si è inoltre impegnato nell’analisi semiotica dell’egemonia e del suo mantenimento.

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Alla luce delle numerose pubblicazioni, Andreas Ventsel è uno dei più prolifici autori della nuova scuola di Tartu-Mosca, erede della semiotica di Juri Lotman. Per ulteriori informazioni e scaricare alcuni articoli, ecco il link.

Dopo aver supervisionato la mia tesi magistrale, ho deciso di fargli una piccola intervista sui suoi interessi teorici e sugli sviluppi della scuola semiotica di Tartu-Mosca. Come sempre, si è dimostrato estremamente disponibile: chiunque fosse interessato all’approccio semiotico sulla politica e l’egemonia, infatti, può scrivergli all’indirizzo mail andreas.ventsel[chiocciola]ut.ee e riceverà ottimi spunti e consigli bibliografici.

I tuoi lavori recenti hanno come argomenti principali l’identità politica e la sua retorica, riferita in particolare al contesto della dominazione sovietica in Estonia. Nell’articolo Towards a semiotic theory of hegemony: Naming as hegemonic operation in Lotman and Laclau (scritto con Selg, P., 2008, Sign System Studies, 36.1, 167–183), affermi che negli ultimi anni la semiotica della politica è diventata sempre più centrale.

Qual è quindi il contributo che la semiotica può apportare alla politica?

Tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90, Pertti Ahonen annunciò una vera “rivoluzione copernicana” all’interno delle scienze politiche, stimolata innanzitutto dal contributo della semiotica, che finalmente si proponeva di arricchirne la portata metodologica. Tuttavia, se diamo uno sguardo all’attuale situazione, la prospettiva è radicalmente cambiata: la semiotica della politica come campo disciplinare è regredita anziché avanzare, nonostante alcune (poche) pubblicazioni molto buone. Sono state infatti condotte alcune analisi che usano la semiotica solo come una metodologia aggiuntiva (Xing-Hua, Zichermann, Clark, Jacobs). Inoltre, ben pochi lavori si sono spinti verso una più generale svolta metodologica, anche se con alcune ottime eccezioni (Petrilli, Ponzio).

Possiamo analizzare questo problema dalla cosiddetta prospettiva post-fondazionalista, non estranea alla teoria del discorso e ad alcuni approcci semiotici: questa prospettiva è caratterizzata innanzitutto dal rifiuto dell’essenzialismo e ha introdotto nozioni culturali e discorsive all’interno del più largo paradigma scientifico del sociale (come asimmetria ed entropia; esplosione; antagonismo; la tensione insormontabile tra organizzazione e disorganizzazione, regolarità e irregolarità, ecc…). Di norma, questi aspetti sono stati attribuiti a eventi e fenomeni contingenti o periferici che non appartengono per natura alla struttura sociale.

Tuttavia, nella maggior parte degli approcci sembra che il carattere comunicativo della costruzione delle relazioni di potere rimanga non teorizzato. Così, se consideriamo che la semiotica è strettamente connessa con la comunicazione, allora è proprio lì che vedo la possibilità di collaborazione con le scienze politiche.

Quali altri passi devono essere fatti per rendere la semiotica della politica più proficua?

Mi pare che alcuni sviluppi possano originarsi dal discorso sulla comunicazione ipermediatica: Mari-Liis Madisson ed io abbiamo fatto alcune ricerche in questo senso, per esempio riguardo ai movimenti dell’estrema destra.

Qui, ci è parso interessante il concetto di groupuscule, elaborato da Roger Griffin per spiegare i movimenti di estrema destra diffusi all’interno della cultura cyber. Il nostro contributo potrebbe essere quindi quello di integrare il concetto di groupuscule con la semiotica culturale della scuola di Tartu-Mosca. Attraverso i principali concetti della semiotica della cultura, come l’autocomunicazione e la categoria centro/periferia, vorremmo infatti indagare la comunicazione e la formazione di gerarchie temporanee all’interno di questi particolari gruppi politici.

Che ruolo ha la prospettiva semiotica dell’egemonia nel definire i processi identitari della politica?

Nel 1985, Ernesto Laclau e Chantal Mouffe pubblicarono Hegemony and Socialist Strategy: Towards a Radical Democratic Politics, che provvedeva alla concettualizzazione della politica nei termini dell’egemonia. Qui si impone una concezione semiotica del potere, considerato sottoforma di testo, significato e significazione nel mondo sociale. Come diceva Laclau, “il problema della politica è il problema delle istituzioni sociali, cioè della definizione e dell’articolazione delle relazioni sociali in un campo correlato con l’antagonismo” (Laclau, Mouffe 1985: 153). Questo perché, come scrive Oliver Marchart (2007), la politica è potenzialmente inclusa in ogni pratica sociale di significazione e, così, può essere concepita come un’espressione del potere dei discorsi.

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Il Dipartimento di Semiotica dell’Università di Tartu gioca un ruolo centrale nel dibattito internazionale. In questo contesto, tu e i tuoi colleghi fate parte della nuova scuola di Tartu-Mosca, erede naturale delle idee di Juri Lotman e della sua scuola. Quanto il vostro approccio attuale segue quello di Juri Lotman e, dall’altro lato, in cosa eventualmente si discosta?

Nei miei lavori, per esempio, un allontanamento da questa prospettiva si nota perché non considero la politica una semplice categoria locale all’interno del più ampio processo culturale, ma in un certo senso presente nella forma dell’antagonismo in tutte le strutture della significazione, anche se solo in modo latente.

Ugualmente verso il termine “cultura” che, nella mia prospettiva, non si riferisce solo alle forme d’arte, alla cosiddetta “cultura alta”.

Penso invece che si debba adottare il modello della semiotica della cultura di Lotman, secondo cui le culture sono a-significanti fino al momento in cui almeno due meccanismi semiotici avviino la costruzione di un qualsiasi fenomeno semiotico.

Tuttavia, dobbiamo sempre tenere conto delle condizioni particolari dell’università sotto il periodo Sovietico che regnava in quegli anni, come per esempio l’ideologia marxista-leninista. Dobbiamo inoltre ricordare il background dei membri della scuola semiotica di Tartu-Mosca che era principalmente basata sugli studi letterari a Tartu e sulla linguistica a Mosca.

Uno dei concetti più analizzati dalla semiotica della cultura della Scuola di Tartu-Mosca è quello della traduzione. Quale è il vostro approccio verso questa nozione?

Secondo la semiotica della cultura, possiamo dire che tutti i significati nella cultura siano generati dall’effetto combinato di differenti linguaggi e livelli del testo, che non esistono nella realtà come entità separate, ma entrano in relazioni complesse attraverso la comunicazione (Ivanov et al. 1998: 1.0.0). Questo significa che le traduzioni completamente identiche tra linguaggi culturali differenti sono di principio impossibili, mentre è possibile una traduzione approssimata che opera come generatore di nuova informazione (Lotman 2004). L’approccio semiotico, infatti, lo garantisce attraverso alcuni strumenti analitici concreti: testo-codice, testo dominante, linguaggio dominante, ri-codifica esterna, ri-codifica interna, ecc…

Federico Bellentani

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