La maschera vivente. Molière in bicicletta e i giochi di ruolo

Quasi tutti – più o meno “nerd”, più o meno fan – sanno ormai che cosa sono i giochi di ruolo. Ce lo hanno insegnato i telefilm, le chat erotiche – o, meglio, le loro descrizioni – le terapie psicologiche al cinema. Si finge, ci si maschera, ci si trucca o, meno radicalmente, si assume un’identità diversa dalla propria: si recita la parte dell’istrione, in fin dei conti, tenendo ben distinto il sé dall’altro; obbligandosi a giocare con un’alterità non più soltanto in senso interno/esterno, ma incarnando la relazione interno/interno in un doppio gioco di sdoppiamenti più volte messo in atto dalla letteratura (tra gli altri, da Emily Dickinson nel suo Orlando).

Molière in bicicletta non è perciò, limitatamente a questo punto di vista, una novità; e tuttavia la pellicola in questione ci consente di analizzare più da vicino i rapporti metanarrativi che intercorrono tra le azioni dirette dei protagonisti e la preparazione del Misantropo – che costituisce appunto il racconto incastonato nel racconto.

La prima domanda che può essere posta potrebbe riguardare l’inevitabilità della presenza del Misantropo nella narrazione cinematografica. In effetti è possibile osservare come in più tratti del testo cinematografico qui considerato i ruoli degli attori coincidano psicologicamente con i ruoli del Misantropo che si sono assegnati; e come lo scambio di questi ultimi coincida con notevoli mutamenti di carattere. Questa sovrapponibilità delle maschere del racconto teatrale con le figure dei personaggi cinematografici, tuttavia, non può essere limitata a una considerazione formale.

Da questo dettaglio, infatti, non possiamo non intuire la presenza di una doppia testualità: il “testo teatrale” da una parte e il “testo extra-teatrale” dall’altra, in cui l’uno è lo specchio dell’altro e viceversa; ma in cui, soprattutto, in questa specifica e reciproca riflessione, l’uno modifica l’altro: leggendolo e ancorandone le interpretazioni. Dove finisce Alceste e dove iniziano Serge e Gauthier? Nonostante le due narrazioni vengano tenute distinte, la struttura fa sì che per comprenderne una si debba fare riferimento all’altra, realizzando così la possibilità di un’unione o un collage molto simile a un abbraccio.

E tuttavia, si tratta di un abbraccio elicoidale: un esperimento che fonde i due testi in una sola maglia.

Qual è infatti il testo del Misantropo? Non quello di Molière; o almeno non solo quello: ciò a cui si assiste, in questa pellicola, è esattamente l’epifania della costruzione del film stesso, della sua trama e dei ruoli dei relativi personaggi. Una costruzione che svela la composizione del lungometraggio, conducendo la trasformazione del lettore in spettatore, della memoria in sorpresa (un po’ quello che accade a Serge). Una costruzione che, sotto certi aspetti, si ritrova anche nell’horror Prank di Yiuwing Lam  (2013).

Ecco la maniera in cui, in Molière in bicicletta, il gioco di ruolo viene, per così dire, “complicato”: una progressiva perdita dell’identità di ciascun personaggio garantisce il rafforzamento dello stesso, perfezionando un gioco di corrispondenze che infine fanno dubitare: who is playing who?

La sceneggiatura nasce da una finzione talmente evidente da essere credibile.

Alberto Sonego

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