Logiche dell’assoluzione. Note su La grande bellezza

Il film non cessa di ripeterlo, a suo modo, dall’inizio alla fine. La Grande bellezza non poteva non essere premiata agli Oscar.

Naturalmente le riprese sono spettacolari. La fotografia è perfetta. Toni Servillo, un ottimo attore. L’artigianato è, complessivamente, di eccellente fattura. La luce calda e decadente che bagna Roma, magnifica, deserta e silenziosa come un tempio, è quella che ogni turista americano spera di trovare prendendo il diretto da New York. Roma, nella sua migliore interpretazione da cartolina: là dove è veramente eterna. Lo spiega benissimo Carlo Verdone in un’intervista al Resto del Carlino del 4 marzo: dobbiamo sbrigarci a farla trovare come il film la promette. Sono certo che questi appelli non rimarranno inascoltati.

La realtà pervasiva della città è la corda tesa tra i due nuclei tematici del film: la mondanità e la religiosità. Roma è veramente il filo al quale sono appese. Basta che Toni Servillo sfiori la città col suo passo flemmatico per farle ondeggiare l’una nell’altra. Ogni cocktail party ha il suo monastero. Il modo in cui questa relazione viene costruita dalla cinepresa riprendendo lo spazio urbano, è forse una delle note più positive del film.

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La mondanità, neanche a dirlo, è ricca, decadente, vana, edonista. Ruota interamente attorno alla sceneggiatura della festa: della sua preparazione, del suo consumo e rigenerazione.

D’altronde la Roma in cui i personaggi mondani vivono, che è tutta la loro realtà, non offre alternative: un mondo chiuso e autosufficiente li sgrava da ogni necessità di vivere al di fuori della festa.

Anche per questo Roma appare decadente: le è sufficiente esistere come citazione agli occhi di un esteta. Questo esteta non è solo il raffinato personaggio di Toni Servillo, che la riconosce come il soggetto di un florilegio d’opere d’arte. È anche lo spettatore, che la rivede più modestamente negli spot pubblicitari nei quali è abituato a proiettare i propri sogni di status. (Il gigantesco neon Campari che lampeggia di fianco al terrazzo, le immagine delle feste come copia d’autore degli spot sulle bevande alcoliche e non). Decadenza sì, ma per tutti, come ci si aspetta dai prodotti più genuini della cultura di massa.

Il modello esemplare della mondanità è incarnato dal protagonista. Egli è il più competente per la prova decisiva che qualifica tutti i personaggi mondani: la festa.

Non volevo essere semplicemente un mondano, volevo diventare il re dei mondani. Io non volevo solo partecipare alla feste, io volevo avere il potere di farle fallire!

Così parlò Jep Gambardella.

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La mondanità, spinta all’estremo, diventa allora la sua negazione, apprestandosi a rovesciarsi nel suo contrario. Da cui le figure inerenti al tema religioso. Chiese, campane, suore dall’abito bianchissimo, canti da oratorio attraggono continuamente l’attenzione di Jep mentre si riprende dalle sue serate turbolente. È infine la devozione della Santona che lo riporta al suo unico vissuto vero: un amore adolescenziale di cui ricorda il volto.

Sorprendentemente però la religiosità di cui parliamo, sebbene si serva di un’iconografia cattolica, non coincide con alcuna religione. Essa è semplicemente l’altro dal mondano, al quale non oppone assolutamente nulla. Salvo l’effetto del sublime a buon mercato: grandiosi tramonti da terrazze davanti al Colosseo, invasi da fenicotteri, hanno servito la causa. Non si può pretendere, solo perché si ha una vasta cultura e un forte spirito critico, di sentire sapore di sale mangiando un confetto. E la chimica delle emozioni non sbaglia mai, soprattutto se programmata da tradizioni centenarie di quadri romantici. Jep è così dispensato (e noi con lui) dal cercare o creare valori nuovi da opporre a quelli che si denunciano.

Infatti questo film non è una denuncia: è un’assoluzione. Una denuncia contiene, anche nella propria pars destruens, un’apertura: una piccola possibilità di trasformazione che appartiene alla realtà denunciata. La grande bellezza propone una realtà inalterabile, garantita dal suo esistere come citazione. All’inalterabilità dell’esterno si oppone, al più, un istante d’introspezione (il souvenir dell’amor perduto, un po’ di sublime in diretta dal proprio terrazzo). Che piacere immane per lo spettatore italiano sentirsi dire che può risolvere l’inalterabilità del presente nell’estetismo della propria vita privata! Che questa soluzione riceva il plauso degli Stati Uniti e di tutto il mondo occidentale, poi, è una vera liberazione. Che bellezza; che Grande bellezza!

 Carlo Andrea Tassinari

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2 risposte a “Logiche dell’assoluzione. Note su La grande bellezza

  1. Ho letto con gran piacere questo post. Davvero bello, complimenti per scrittura e riflessione. Però non sono affatto d’accordo sul fatto che questo film voglia essere un’assoluzione della decadenza (per tramite della sua estetizzazione). Vado con ordine. Il film rinuncia alla storia. O meglio a quello che noi concepiamo essere una storia tradizionale: mancanza, risoluzione, morale finale. Questo ha due consgeuenze. 1) La rinuncia della tradizionale concezione di storia come “evoluzione si uno stato di fatto”, fa sì che a fine film tutto sia come prima. Jep tornerà a Napoli, scriverà il romanzo e cambierà vita, oppure è solo una delle ennesime promesse che lui e i suoi compagni di avventura si fanno per pulirsi la coscienza? Questa mancanza di “risoluzione” crea un senso di impotenza. Ma l’impotenza non è assoluzione. 2) Rinunciando alla tradizionale concezione di storia la grande bellezza rinuncia alla moralina finale con tanto di ditino da maestrina, rinuncia del tutto alla pars contruens. Del resto come avremmo potuto aspettarci una morale spiattellata sotto al naso quando l’io narrante è il protagonista? Sarebbe una auto-critica morale, narrativamente assai poco credibile. Detto ciò, il fatto che la critica non sia verbalizzata non vuol dire che sia meno evidente: che dire della giornalista radical chic (che in molti vogliono essere Barbara palombelli) sputtanata da un bellissimo monologo sulla terrazza? Che dire della palese presa in giro di Marina Abramovich che si lancia contro una parete a ridicolizzare un’arte spettacolare vuota di contenuti? E che dire della mesta esistenza di Jep stesso che si rende conto che una delle persone più belle che abbia mai conosciuto è quella Sabrina Ferilli che fa la burina col tatuaggio di Wojtyla?

  2. Caro Daniele,
    Grazie dell’elaborata risposta e dei complimenti, che fanno sempre piacere.
    Concordo con le tue osservazioni sulle storie “aperte”, ma personalmente non credo “La grande bellezza” sia una di queste.
    Il film si premura di chiudere su una “risoluzione”, ed bene tenerlo nel giusto conto: sono le immagini nostalgiche nella quali Jep incontra nel ricordo il suo amore giovanile.
    Esse appaiono ogni volta che la mondanità si riversa nella sua negazione. Si veda in particolare alla fine: sono proprio gli ultimi fotogrammi. Il film finisce con l’immagine liberatrice di lei che si sbuccia la camicetta e gli fa vedere i seni. Anche loro bellissimi e candidi, come le vestali. È in questo momento in particolare (ma anche nelle altre scene del ricordo) che Jep è più vicinio alla Grande Bellezza da cui la vacuità del mondano lo tiene lontano e a cui la religiosità lo ispira. Il ricordo sarebbe ciò che sta dietro la patina dell’esperienza quotidiana, e nelle ultime battute si dice che dietro questa patina (perciò in questo ricordo di gioventù) sta la vita vera, la Grande Bellezza.
    In effetti non sappiamo cosa farà Jep. Ma credo veramente che nella logica narrativa del film questo non abbia alcuna importanza, perché la ricongiunzione con il proprio passato non-patinato fornisce all’esistenza mondana di Jep quel quid d’euforia di cui nessun altro personaggio gode, e che restituisce a Jep quell’autenticità di cui andava in cerca. I momenti “critici” che mi proponi credo siano manifestazioni di questa esigenza, ma ciascuno di essi è paternalisticamente richiuso da un’accettazione.
    Secondo me, e concludo, con questo intervento rimemorativo la realtà può restare inalterabile, può continuare a non essere, perché gli elementi di accesso alla felicità ci sono ma non sono qui e non sono adesso. La mancanza non è rimossa, ma può restare benevolmente tale; e questo poter non essere della realtà, realizzato dal ricordo, è ciò che chiamo “logica dell’assoluzione”.

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