Frozen: quando i cartoni animati rispecchiano le trasformazioni culturali

Anche stavolta gli Oscar ci hanno portato un ventata di stelle e strisce, tappeto rosso e polemiche: abbiamo commentato la vittoria di film che non abbiamo visto, i vestiti di personaggi che non conosciamo e quella gran bellezza di ringraziamento in italiese corretto. Certo di questa edizione rimarrà il selfie più ritwittato della storia, l’esclusione più criticata (e derisa) dai social media e la prima statuetta Disney come miglior film d’animazione. Lo scorso anno la grande fabbrica di fiabe statunitense riuscì a portarsi a casa il premio grazie alla Pixar con Brave, questa volta invece il merito va tutto agli eredi di Walt per Frozen.

Oltre alla mania di titolare con aggettivi e alle due statuette, c’è qualcosa di più importante che lega i due film. Chi di voi ha decenni di film Disney alla spalle e, come me, è cresciuto a pane e Cenerentola, ha già capito a che cosa mi riferisco. Brave, ma ancora di più Frozen sono due film innovativi, che rompono gli schemi narrativi a cui siamo stati abituati: schemi che i narratologi hanno scrupolosamente analizzato e classificato, mentre il resto del mondo li ha economicamente sintetizzati nel Principe Azzurro.

Fino ad oggi, tutti noi siamo cresciuti sapendo che per ogni problema di giovane fanciulla avvenente c’è un aitante principe pronto a rischiare la pelle e salvarla. Il che equivale a dire che le donne non fanno altro che creare problemi, mentre gli uomini belli, intelligenti e abili – e molto spesso muti – sono gli unici a poter risolvere la situazione. Femminismo da quattro soldi? Non direi. La questione riguarda più precisamente i ruoli attanziali e tematici dei personaggi, sia uomini che donne.

Gli stereotipi tipici delle fiabe stanno via via scomparendo dall’immaginario comune dei bambini. Dopo decenni di eroi maschi e femmine premio, la fantasia è riuscita a partorire eroine che sanno mettersi nei guai ma sanno anche tirarsene fuori, che hanno problemi con la madre e litigano con la sorella. Già Mulan ci aveva raccontato qualcosa di simile, Brave va ancora più lontano regalandoci la prima principessa della Storia che non ha bisogno di un principe, in una vicenda di conflitti tutti femminili.

Frozen possiede tutti gli elementi che la tradizione fiabesca richiede. Elementi che però rimescola con gusto postmoderno per superare le stesse stereotipie: non mancano l’allontanamento, il divieto, il trasferimento, la lotta, ma finalmente – non ce ne voglia Propp – i baci che sciolgono l’incantesimo e le nozze che ristabiliscono l’ordine sono magicamente spariti.

L’ultimo Classico Disney usa la tradizione per riuscire a superarla; è un racconto che restituisce al pubblico la capacità di sognare, ma senza illusioni. Frozen ci insegna soprattutto che l’amore non si riduce al lieto fine del just married: il sacrificio di Anna per salvare la sorella Elsa mostra che il vero amore non è solo uno stereotipo ma è qualcosa che ognuno di noi può vivere davvero. Un sentimento semplice ma non per questo meno profondo e meno degno di essere raccontato. E questo vale molto più di un Oscar.

I cartoni animati oggi stanno portando avanti una rivoluzione culturale la cui importanza potrebbe essere pari a quella della tanto desiderata Barbie grassa. La famiglia ha smesso di essere quella del Mulino Bianco grazie a Peppa Pig e a Cattivissimo me, le differenze stanno diventando una ricchezza grazie a La Principessa e il Ranocchio e Mulan. E chissà che le svolte progressiste in casa Disney non ci regalino un nuovo Principe Azzurro, magari gay.

Anna Loscalzo

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