La Maschera che Smaschera. Intervento di Luca Libertini alla Prague Quadrennial of Performance Design and Space 2013

Un amico mi ha detto che in Giappone il viso dell’attore teatrale privo di maschera viene chiamato “maschera nuda”. Sono rimasto folgorato.

Si indossa una maschera per fare teatro, e l’idea che questa maschera ci segua in qualche modo oltre gli scricchiolii del legno, oltre l’odore della polvere, oltre i solleticamenti del velluto, significa affermare che il teatro è anche la vita ordinaria. In altri termini, significa affermare che siamo continuamente “in rappresentazione”.

Vi è forse un momento della nostra esistenza in cui non abbiamo ricoperto un ruolo? Quando mi sono espresso per la prima volta, gridando ancora bagnato degli umori materni, l’ho fatto nel ruolo di figlio di mia madre. E lo confesso: credo sia stata la mia migliore interpretazione.

E allora, a che serve indossare una maschera, se pratichiamo il mascheramento continuamente? A che serve andare a teatro se il teatro viene da noi, se il teatro è già noi?

Vorrei rispondere alla questione riflettendo su Pavane, il lavoro di arte concettuale che un anno fa ho presentato a Marsiglia per inaugurare un piccolo festival intitolato Filalo.

Anzitutto Pavane è stata un’idea, l’idea che qualcuno sia morto senza essere mai esistito. Poi Pavane è stata un profilo Facebook, il profilo Facebook di un utente morto senza essere mai esistito.

Infine Pavane è stata una storia, la storia di una ragazza morta senza essere mai esistita che con una mail testamentaria mi ha nominato amministratore del suo profilo Facebook.

pavane sedia

Ho scritto la storia di Pavane alla pagina “http://www.facebook.com/pavane.k” e ho chiesto agli utenti del social network di chiederle l’amicizia e postare sul suo profilo frasi e link in sua memoria. In pochi giorni la sua pagina si è riempita di dediche provenienti da tutta la rete, e tutt’ora la serie continua ad arricchirsi.

Morte, corpo, confessione sono i tre elementi coinvolti in Pavane che svolgono ruoli strutturanti; in un certo senso sono il motore concettuale del lavoro. La morte di cui si parla ha la particolarità di riferirsi ad un corpo che non c’è e non c’è mai stato.

Eppure, quando si osservano i link e i commenti accumularsi lungo la sua pagina, ci si rende conto che in realtà Pavane un corpo ce l’ha. L’assenza di oggetti, spazi e tempi a lei appartenuti, ovvero il suo ricordo vuoto, viene riempito dalla memoria dei partecipanti. È come se tutti in qualche modo l’avessero conosciuta. Il senso di nostalgia che molti conservano nel proprio animo viene condiviso con gli altri partecipanti e costituisce la carne di Pavane, una carne fatta di confessioni digitali.

La maschera è portatrice di una logica specifica: ciò che viene detto quando la si indossa non vale come se fosse detto con il viso scoperto. La maschera ha il potere di far vivere una verità, che, per quanto circoscritta, fragile, mutevole, ha l’inestimabile valore della differenziazione. La presa di distanza che viene operata quando la si indossa induce a familiarizzare con le contraddizioni e conferisce alle cose del mondo una valore simbolico.

Là dove nel simbolico io vedo la possibilità di andare oltre la superficie di quanto si offre ai nostri occhi, vedo l’opportunità di penetrare le cose e di renderle più intellegibili. La densa trama significante che sostanzia i simboli incita al ragionamento e suggerisce di collegare porzioni di realtà che solitamente sono considerate lontane.

Ho avuto modo di verificare la forza simbolica di Pavane sia in prima persona, sia attraverso le testimonianze di chi ha partecipato al progetto. Sul suo profilo compaiono contributi di ogni sorta: brani musicali dei generi più diversi, fotografie di oggetti della vita quotidiana, opere di artisti, poesie, pensieri. Qualcuno mi ha persino scritto di aver trovato la sua Pavane al mare, sul ciglio di uno scoglio intenta a leggere un libro. Mi sono chiesto allora quale fosse nello specifico il meccanismo semiotico che scatenava questo insieme di connessioni e ho concluso che è molto simile a quello della maschera neutra.

La maschera neutra decontestualizza l’interpretazione, ovvero la libera dalla storia individuale dell’attore e permette di concentrare l’attenzione sulle sue capacità mimiche. Il curioso fenomeno di significazione in cui è coinvolta la maschera neutra concerne la fantasia dello spettatore. Ogni azione compiuta da essa diventa l’azione di un volto continuamente immaginato, il frutto di infinite storie possibili.

Riprendo allora la questione iniziale. Una risposta possibile è che la maschera teatrale ha la funzione di interrogare. La maschera teatrale interroga il gioco di menzogne rivelatrici e di rivelazioni menzognere che è il mondo così come ci appare: la maschera teatrale non allude né alle cose viste, né alle cose non viste. La maschera teatrale suggerisce che le cose sono intraviste e mai definitivamente raggiunte. E verso questo gioco di rimandi continui, fatto di veli apposti ad altri veli, essa punta il dito.

Luca Libertini

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