La sister star dello star system

Lei è Suor Cristina, e ne parlano tutti: il suo video su youtube ha raggiunto in poche settimane quaranta milioni di visualizzazioni. Un boom mediatico mondiale.

Video virale?

Definirlo virale ne darebbe una descrizione esigua. Il video non è virale perché tutto manca fuorché l’intenzionalità di chi lo enuncia. Un video è virale quando la sua replicabilità si sostiene da sola. E non è il nostro caso: questo testo è costruito a valle e a monte da un discorso ben calibrato, l’intenzionalità dell’Enunciatore è programmatica, pervasiva, confessata dalla rete di relazioni attoriali che il testo convoca in una fiction davvero brillante.

I quattro talent scout appaiono sconcertati dall’epifania di questa giovane suora che canta per nome e voce di Dio. Molto bene. Cosa c’è di inedito in tutto questo?

Il video si muove nel famoso tubo mediale e nel solco paleolitico di un’istituzione come la Chiesa, che sente il bisogno di modernizzarsi: si parte dalla forma ma la sostanza dov’è?

La dolce suora canticchia Alicia Kyes e, perdonata anche l’intonazione calante, afferma il bisogno di evangelizzare ogni luogo. E lo fa eleggendo, come palcoscenico del far essere, il palinsesto televisivo. Tutto sommato niente di nuovo: si rispolvera la categoria del diavolo e dell’acqua santa.

Ma il programma alza l’asticella: il bisogno di spiritualità e il connesso dispiegarsi dell’evangelizzazione non può più passare attraverso la vetero moralizzazione alla Don Mazzi, e quindi si rende necessario il bisogno strategico che ciò venga enunciato con una modalità appunto corale, in cui lo scouting di nuovi proseliti gioca più sul talent che sul senso di colpa.

Non è dubbia la motivazione dell’Enunciatore, piuttosto è dubbia la sua sincerità. Guardiamo le passioni coinvolte.

Tutto il discorso è orientato foricamente, il pubblico è in visibilio, i talent scout increduli, la cantante gaudente e tutto questo corredo passionale genera un programma d’azione previsto dal testo stesso: parlare di una Chiesa più à la page, leggera, gioiosa, dativa nella modernità e fortemente transmediale, propulsiva di un love speech a grappolo, anzi a valanga.

La motivazione è egregia mentre la modalità che coinvolge l’intenzione è crepata all’origine: si parla di Chiesa moderna perché scimmiotta il contemporaneo, ma cosa c’è di davvero moderno in tutto questo?

Lo stupore coatto della fiction narcotizza il messaggio, lo indebolisce, invece che omaggiarlo, e suggerisce che siamo ancora tanto lontani da una Chiesa sperimentale, libera dal pregiudizio che essa stessa si dà come premessa. Ricorda un po’ gli omaggi sanremesi ai cantanti non vedenti o paraplegici che venivano premiati al di là del messaggio che da loro promanava.

La fede viene tematizzata come una scampata menomazione da cui affrancarsi, si certo con gioia, ma sempre partendo da una mancanza: questo avvizzisce il suo messaggio di modernità piuttosto che farlo veleggiare fresco e autentico.

È come se si ci stupisse più dell’acqua fresca che dell’acqua santa: questa retorica dello stupore orchestrato da un talent show registrato, montato e proposto in differita, vince ma non convince.

Personalmente credo che il linguaggio televisivo sia insincero, più orientato a sostenere gli effetti del senso che il senso stesso.

Se un qualcosa “è” perché occuparsi di “farlo essere”?

Fabrizio Binetti

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