Gravity, un’esperienza corporea ed emotiva

La prima volta che ho visto il trailer di Gravity ho pensato “Ecco un film che non guarderò mai”. Lo spazio, gli astronauti, i satelliti, le tute spaziali; niente di più lontano da ciò che mi appassiona: stare con i piedi ben piantati a terra.
Qualche settimana dopo sono stata trascinata in un cinema gremito, mi hanno dato un paio di occhiali per il 3D e mi sono seduta, convinta di aver buttato i miei soldi. La successiva ora e mezzo ha smentito ogni mio pregiudizio: Gravity è splendido; e non solo per i 7 premi oscar che il film di Alfonso Cuarón con Sandra Bullock e George Clooney ha portato a casa (miglior regia, migliori effetti speciali, miglior fotografia, miglior montaggio, miglior colonna sonora, miglior sonoro, miglior montaggio sonoro).
 La protagonista della narrazione è la dottoressa Ryan Stone, alla sua prima missione spaziale; assieme a lei, sullo Space Shuttle, c’è il comandante Matt Kowalsky, alla sua ultima missione prima del pensionamento. Nell’effettuare alcuni lavori di manutenzione, i due si ritrovano al di fuori dello Shuttle, nel bel mezzo di una pioggia di detriti che distrugge la navetta e uccide gli altri membri dell’equipaggio. I due, senza poter comunicare con Houston, sono ormai soli e alla deriva nello spazio.

Da questo punto in poi la storia prende una piega inaspettata: non più solo thriller fantascientifico ma vero e proprio dramma umano fatto di disperazione e speranza; un film con i piedi ben piantati a terra.
Gravity fa proprie, in particolare, due isotopie già presenti nel grandioso 2001 Odissea nello spazio di Kubrick: l’isotopia della solitudine e quella della ricerca. La disperata deriva solitaria della Bullock ricorda quella del dottor Bowman; entrambi alla ricerca di qualcosa: nel primo caso del coraggio di vivere ancora dopo la perdita di un figlio; nel secondo dell’origine della vita animale e umana.
Inoltre il crescere tensivo del percorso passionale è scandito dall’incredibile forza di immagine e suono: la tecnologia 3D immortala i due astronauti persi nell’universo, l’aurora, la pioggia di detriti, l’azzurro sulla Terra. Il sonoro, invece, è fatto di ansimi, rantoli, respironi, claustrofobici singhiozzi e assordanti silenzi. Lo spettatore è portato a vivere un’esperienza empatica, quasi “corporea”, di immedesimazione fisica ed emotiva: la platea, assieme alla dottoressa Stone, vive attimi di angoscia, terrore e disperazione; infine di catarsi.
In barba allo spoiler, la Stone riuscirà, infatti, a salvarsi cadendo sulla Terra; in una discesa che è, soprattutto, metafora di rinascita: l’ammaraggio in un lago, la risalita in superficie, l’adagiarsi sulla riva e il bacio a quella terra che le ha strappato un figlio. Non è un caso che, per compiere questo percorso, la Bullock attraversi tutti e cinque gli elementi naturali: aria (l’atmosfera), fuoco (che avvolge la capsula di salvataggio), acqua (il lago), terra (su cui si adagia stremata). Non potevamo aspettarci un finale diverso dal regista de I figli degli uomini: l’isotopia della speranza è un topic fisso nelle opere di Cuarón che si realizza pienamente nell’ultima inquadratura; la Bullock si allontana barcollante, a piedi nudi, capace, seppur con difficoltà, di camminare ancora.

Alessia Parrini

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