The Walking Dead e il transmedia storytelling: don’t open addicted inside

Si sa, i veri fan di una serie televisiva di successo vogliono essere intrattenuti oltre i 20, 30 o 40 minuti dell’on-air settimanale. Vogliono aumentare l’esperienza di visione, immergersi nel loro mondo preferito.

Così, le serie televisive più popolari del momento ricorrono a diverse strategie: dalla narrazione transmediale lineare di ReGenesis – serie televisiva canadese – alla narrazione frammentata e in mano agli utenti della serie cult mondiale Glee, le strategie di transmedia storytelling adempiono a una funzione precisa: “keep the viewers engaged”.

La serie americana The Walking Dead, ad esempio, ha prodotto diversi spin-off – distribuiti su YouTube – per raccontare la storia di personaggi secondari, assenti negli episodi ufficiali.

Prendiamo The Oath, lo spin-off prodotto nel 2013. La storia narra delle dure scelte che i sopravvissuti all’apocalisse zombie devono affrontare per rimanere in vita: Paul, uno dei protagonisti, si trova in ospedale a causa di una brutta ferita dovuta a una colluttazione con i walkers. I fan sanno che una ferita del genere causa la trasformazione in zombie, e quindi non si stupiscono del fatto che, una volta sopraggiunta la morte, Paul venga trasportato e rinchiuso in una stanza colma di walkers. Né rimangono sorpresi dalla decisione della fidanzata di voler diventare una zombie. Ma il protagonista si risveglia ancora umano e riesce a uscire dalla stanza raggiungendo Karina che, ormai in fin di vita, esala l’ultimo respiro. Lo spin-off si conclude con Paul che scrive con una bomboletta sulla porta in cui sono rinchiusi i walkers “Don’t open dead inside”. È a questo punto che il fan riconduce la scritta a quella che aveva visto, nel primo episodio della prima stagione, nell’ospedale in cui il protagonista si era svegliato. Lo spettatore così comprende che lo spin-off precede la serie e ha un primo elemento per capire come fosse la situazione durante l’apocalisse. Un aspetto a cui non si fa riferimento negli episodi televisivi.

Un esempio simile è quello dello spin-off Cold Storage. Anche qui troviamo personaggi e situazioni sconosciuti, e l’elemento ponte, in questo caso, è l’album fotografico della famiglia Grimes (i protagonisti della serie) nascosto durante l’apocalisse.

Zombie in Cold Storage

La scritta sulla porta e l’album di fotografie, quindi, sono due elementi della serie che gli spin-off hanno trasformato in simboli: rappresentano la vita precedente all’invasione degli zombie e tutto ciò che è andato perduto. È attraverso la narrazione transmediale che The Walking Dead mantiene alta l’attenzione dello spettatore, gli offre elementi per ampliare la propria conoscenza relativa a un mondo di cui i walkers sono i padroni e gli offre elementi utili per fare inferenze sugli episodi futuri.

Simone Pardini

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2 risposte a “The Walking Dead e il transmedia storytelling: don’t open addicted inside

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