#Arte. Enciclopedie liber(at)e

Dino Formaggio scriveva: “arte è tutto ciò che gli uomini chiamano arte”. In effetti, guardando quello che sta accadendo oggi, non si può certo essere in disaccordo.

L’apparente circolo vizioso di questa definizione è spezzato dalla contrapposizione oggetto-nome che realizza ed esplica quello che si è ormai affermato come uno dei paradigmi principali della postmodernità: l’assenza di un “controllo”, la rarefazione delle società di discorso così come ce le immaginavamo.

Non c’è più nessun “gran consiglio” che decreta che cosa sia arte e che cosa non lo sia. Questo cambiamento, certamente avviato da Dada e confermato dalla pop art statunitense, consiste in un più profondo e radicale rifiuto di qualsiasi criterio di demarcazione, di qualsiasi linea di confine.

Ma se tutto può essere arte, allora nulla lo è?

Alberto 2

A ben vedere, l’affermazione di Formaggio riassume con profondità leggera quel complesso sistema di operazioni linguistiche che possiamo serenamente definire “moltiplicazione delle connotazioni”. Una moltiplicazione singolare, che accanto alla stratificazione dei significati (ognuno dei quali corrisponde a un’era “geologica” di un testo) impone una ramificazione dei sensi che conduce il fruitore di fronte a una scelta: mantenere o gettare, condividere o lasciar appassire.

La realizzazione concreta di quella prescrizione (piuttosto che “descrizione”) sulla natura dell’arte consiste oggi, banalmente, in un significante di scarso interesse: il “#” che non codifica alcuna informazione; ma rimanda a un universo del discorso contemporaneo che è avviato precisamente dalla composizione di una nuova enciclopedia.

Per seguire questa “pista”, Instagram ci fornisce un materiale non-verbale – mentre Twitter uno verbale – sul quale lavorare. In questo caso, scegliamo quello non-verbale, perché ci avvicina maggiormente al rapporto segno-referente implicato nella definizione di “arte” di Formaggio.

“#art”, in particolare, si presenta come epifania del carattere pre-ontologico che il linguaggio ha assunto: l’attività del nominare equivale a un atto creativo, attraverso il quale la realtà stessa prende forma. Diventa, in altre parole, propriamente “reale”.

Si tratta di una declinazione contemporanea del Verbum divino; o, in altre parole, la virtualizzazione della porta gaudiana della Sagrada famiglia.

Ad oggi, cercare “#art” in Instagram produce più di 41 milioni di risultati tra fotografie di disegni, murales, opere “d’autore”, selfies ed effetti ottici di vario genere. La domanda che possiamo porci, a questo punto, si colloca essenzialmente lungo l’asse del metodo deduttivo: la somma di questi contenuti determina una qualche nozione generale di “arte”?

La questione è tutt’altro che semplice.

#art non si limita a riassumere diverse concezioni, ma ne struttura di nuove, difficili da isolare e cogliere… In continuo svolgimento.

E le società di discorso, a ben vedere, sono lungi dallo scomparire; al contrario, spostandosi, sciogliendosi e ricomponendosi semplicemente confondono chiunque tenti di isolarle proprio sulla loro collocazione. Il discorso della “#arte” è padroneggiato indifferentemente da chiunque intervenga nel discorso; nella mancanza di criteri o di requisiti, però, non va intravista una qualche forma di ribellione, bensì la naturale continuazione di un’idea di ipertestualità e di anti-arte ben precedenti alla nascita dei social networks.

Alberto Sonego

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