Il badge del volontario. Feticci di senso (di appartenenza)

Non vi è alcun oggetto che sfugga al senso
R. Barthes

Corrono per corso Vannucci, a Perugia, in un festival bagnato da un Aprile che ha deciso il tempo a modo suo. Sono i volontari della nona edizione del Festival internazionale del giornalismo, voluto – quest’anno più degli altri – interamente dal suo pubblico.

Non è difficile riconoscerli: hanno un viso visibilmente elettrizzato (una via di mezzo tra chi ha dormito poco e chi è estremamente eccitato), zaini e tracolle piene da scoppiare e sono sempre in ritardo rispetto a una consegna. Qualora abbiate incontrato un volontario che non risponda a questa descrizione (impossibile!) basta puntare i badge viola appesi al collo per identificarli. Con tanto di scritta che è summa di tutta quella energia: VOLUNTEER.
Quel rettangolo 8×12 centimetri li classifica e li riconosce in una squadra, un attore collettivo che condivide lo stesso oggetto di valore: documentare l’evento che porta in Italia il meglio dell’informazione mondiale.

Il badge è parte dell’abbigliamento personale, quotidiano in quei giorni, straordinario il resto dell’anno, che trasforma l’aspetto, affidando loro un ruolo tematico ben definito. Più che parlare dell’oggetto come tale è bene inserirlo nei suoi contesti d’uso e non trascurare la relativa valorizzazione, le cui articolazioni sono declinate nel tempo e nello spazio.

Badge Volontario

L’effetto di senso “di appartenenza” che procura è il risultato di una serie di fattori inscritti nella funzione e nell’uso stesso del badge: il cartellino è appeso al collo, legato alla cinta, allo zaino. Si vede. Inoltre, sottolinea il ruolo dei ragazzi rispetto alla macchina organizzativa: più di duecento aspiranti giornalisti da tutto il mondo fotografano, scrivono, filmano e registrano i vari eventi che si susseguono nella città umbra. Diventa un aiutante e un oggetto magico, volendo scomodare Propp, che permette di realizzare la propria missione. Da un punto di vista più specifico, il badge è un oggetto che, nelle mani (meglio, al collo) di un volontario, legittima la realizzazione di un certo numero di pratiche. Abbiamo una valorizzazione di tipo pratico con il riconoscimento di uno status che supera anche gli orari del festival (molti rimangono con il badge al collo anche a cena oltre l’orario di attività) e una valorizzazione ludico-estetica legata al suo essere parte integrante dell’abbigliamento. E a chi chiede o ha dubbi la risposta è veloce: “Io sono volontario: c’è scritto qui”.

Si potrebbe azzardare che il badge è quello che Marrone ha definito un oggetto umanizzato “che ha assorbito su di sé l’umanità del suo destinante” e sarà anche oggetto di memoria quando, tornati a casa, sarà esposto in bella vista in camera, sulla scrivania, sull’appendiabiti.
In un posto quotidiano, con il compito di riportare alla mente.
Perché probabilmente il bottino di block notes e penne firmate IJF14 sarà notevole ma il badge è diverso: identifica te e la tua redazione di quei giorni.
“Sono stato volontario”. E Perugia lo sa.

Mario Panico

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