El diablo e la giovane marmotta. Qui, quo, qua: stiamo rock!

Chitarre a terra e microfoni spenti: non appena terminato il concerto del primo maggio, impazza in rete la polemica tra il rocker fiorentino Piero Pelù e il presidente del consiglio Matteo Renzi.

Ma i seguaci del giovane premier non ci stanno e lo difendono appellandosi alle buone maniere, alla deontologia, alla buona creanza.

“Non vogliamo l’elemosina da 80€, il non eletto, ovvero sia il boy scout di Licio Gelli deve capire che in Italia c’è un grande nemico, un nemico interno che si chiama disoccupazione, corruzione, voto di scambio, mafia, camorra, ‘ndrangheta”. Questa l’accusa di Pelù, il cui topic si articola tra massoneria, elemosina pre-elettorale e cancro politico tutto italiano. Senza alcuna maestria, il rocker si affida al populismo della facile invettiva, senza l’appeal di un vero frontman legge il proprio intervento; poi canta le sue nuove canzoncine tutto sommato coerenti: è tutto uno schifo, viviamo in una paese-latrina dal nome Italia.

Sulla propria pagina Facebook invita i suoi amici a rimanere sintonizzati, rispolverando l’uso lessicale del sintagma: “STIAMO ROCK”.

Invece che Stay tuned, Stay rock. Una metonimia che sta per “ Skazziamo un pó”: nulla di veramente contro-culturale; semplicemente giochiamo un po’ a misurarci a vicenda in questo bel cafè tranchant, tra la rabbia mediata da Pelù e la speranza cavalcata da Renzi.

Siamo all’interno di una tipica stereotipia narrativa che figurativizza il rocker come ribelle e il boy scout come conforme: soggetto e anti-soggetto sono entrambi dotati di un sapere negoziabile, la cui trasparenza è messa in forma da istanze enuncianti opache come i contenuti che traghettano.

“Stiamo rock” è la marca testuale dell’inadeguatezza di un processo comunicativo che tuonerebbe a valle, ma scricchiola a monte: l’intervento del Diablo, ormai âgée, ammobilia la stanza d’albergo della Giovane Marmotta di un plasma irraggiante che gli restituisce ancora più simpatia, e non il contrario. L’effetto di senso, infatti, è imprevisto: il rocker disfa e il premier fa.

Fischia il Vento, urla la bufera (ieri)    vs  Fischia il Nulla, si smorza la bufera (oggi)

Pelù è un manutentore del rock, ma qui si tratta di un rock ineffettivo e tutt’altro che mitizzante.

Meno dici, più dici, mentre il populismo che straborda in sfogo asciuga le intenzioni da cui è animato e mostra la debolezza valoriale che lo sorregge. Il risultato è orientare il dibattito verso una forma di testualità vicina e simile al gossip, che eclissa lo slancio di chi vuole “nuove idee per sopravvivere” (Apapaia, Litfiba, 1997).

Non mi stupisce che Beppe Grillo, sul proprio blog, posti il messaggio del cantante per sorteggiare nell’amalgama populista nuovi slogan, al solo scopo di contrastare il suo nemico politico per eccellenza e far trasalire la rabbia con un semplice click.

Mentre “stiamo rock”, però, il dibattito sugli 80 euro delle buste paga di maggio viene confinato nel solito bar-room ormai testato, dove la vera dominante è l’attesa non-qualunque di un futuro meno elementare.

Occhio, perché tempo cinque giorni e il finto-rock batterà sul Due a The Voice. E cosa ne sarà dell’amico del popolo? Qui, quo, qua, chi lo sa?

Fabrizio Binetti

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