Le statue sono silenziose, ma non mute

Il titolo di questo post riporta una frase dell’articolo dei geografi Hay, Huges e Tutton (2004), che spiega come le statue, seppur mute nella loro materialità, siano in realtà capaci di “parlare” la lingua dei gruppi di potere che controllano istituzioni nazionali e locali. Le statue sono così potenti media,in grado di definire relazioni sociali nello spazio e di configurarne le dinamiche di inclusione ed esclusione.

Da qui capiamo che i monumenti non sono mai costruzioni neutre, ma espressioni di determinati valori culturali, sociali e politici. Le élites e i gruppi di potere istituzionale usano monumenti, memoriali e altre opere pubbliche per comunicare la loro particolare visione del mondo.

Non solo: attraverso i monumenti, le élites rappresentano una visione selettiva della storia, che si focalizza su determinati eventi, nascondendone altri. Questo permette e comporta una reinterpretazione del passato, nonché una legittimazione del presente e del futuro.

Ecco perché le pratiche di conservazione (o rimozione) dei monumenti non sono mai operazioni neutre, ma attività ideologicamente caricate, che hanno conseguenze sul modo in cui i cittadini guardano al proprio passato e si orientano verso il futuro. Modificare la forma, la posizione, le narrative o i riti relativi a un monumento può avere una grande influenza sulla memoria e sull’identità di individui, gruppi sociali e comunità.

Per questo, ogni intervento che riguarda i monumenti apre un dibattito che può avere conseguenze anche violente, soprattutto in paesi dove esistono gruppi etnici, o linguistici, che hanno memorie e identità conflittuali.

Per fare un esempio, pensiamo al caso del Soldato di Bronzo di Tallinn, capitale dell’Estonia. Questo memoriale sovietico era posizionato su una collina del centro della città ed è sopravvissuto alle rimozioni spontanee seguite all’indipendenza dalla dominazione sovietica, che l’Estonia ha raggiunto nel 1991.

Soldato di bronzo di Tallinn Estonia

Una volta che l’ultima truppa sovietica lasciò l’Estonia nel 1994, questo monumento ha subito diverse modifiche, che le “nuove” istituzioni estoni hanno previsto per marginalizzarne la visibilità. Il Soldato di Bronzo, infatti, rappresentava un ricordo legato alla traumatica dominazione sovietica finché, nel 2007, venne definitivamente rimosso e ricollocato in un cimitero in periferia, lontano dai percorsi turistici del centro di Tallinn.

Questa rimozione provocò una reazione violenta da parte della cittadinanza russa di Tallinn, che vedeva nella statua un innocuo memoriale al milite ignoto, piuttosto che un simbolo della dominazione. Alla sua ricollocazione lontano dal centro città, seguirono due notti di scontri tra polizia e popolazione di etnia russa: il più grande disordine da quando l’Estonia è indipendente.

Questo esempio mostra come le pratiche istituzionali di reinvenzione dei monumenti possano assumere interpretazioni alternative o conflittuali da parte dei cittadini. I significati, i valori e le interpretazioni che i gruppi di potere tentano di comunicare attraverso i monumenti e le loro modifiche sono quindi fluidi e cambiano continuamente a seconda dei soggetti.

Ma cosa c’entra la semiotica in tutto questo? Moltissimo.

L’analisi semiotica, infatti, può individuare come diversi individui o gruppi interpretino i monumenti e che tipo di valori vi riconoscano in essi: cosa sanno riguardo ai monumenti (dimensione cognitiva)? Che tipo di reazioni emotive hanno (dimensione passionale)? Considerano i monumenti positivamente, o come simboli che rimandano a memorie traumatiche, o invece ne sono indifferenti (dimensione timico-assiologica)?

Proprio così, la semiotica assume un ruolo centrale nell’individuare le lingue parlate dai monumenti, ovvero i significati e i valori che essi comunicano, a chi si rivolgono e chi tentano di escludere.

Federico Bellentani

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