Barbara Ababio candidato sindaco di Porcia. Razzismo e ironia in comunicazione politica

C’è chi raggiunge buoni risultati politici attraverso una comunicazione obliqua, ironica e sferzante. D’altra parte chi non lo sa fare rischia di affrontare conseguenze imbarazzanti. Se una battuta non è colta può essere anche male interpretata. E il rischio di un’incomprensione non si limita al silenzio raggelante, talvolta può perfino alimentare certi modelli di pensiero dominante.

Il discorso biologico ed esoterico è fuori portata e pure demodé. Oggi il razzista, se proprio deve darsi un tono, preferisce riferirsi agli studi culturali, diffondendo pazientemente quell’identitarismo indefinito indicato dall’antropologo F. Remotti come il futuro problema dell’occidente. Quindi, per quanto l’eugenetica e la teoria fisiognomica siano scomparse, l’incultura razzista si adatta, trasformandosi in un prodotto pop, facile e tutto da ridere. Privato delle sue fondamenta pseudo-scientifiche il discorso sulla razza diventa più blando, xenofobo, grottesco, banalizzante ma non meno efficace. Politica e comunicazione devono perciò relazionarsi con il tema del secolo scorso. Non solo in Italia.

La candidata di SEL per Porcia (comunali 25-05-2014) non poteva certo sfuggire a tale “dibattito”. Barbara Ababio è infatti una giovane italiana di origini ghanesi discriminata da un nord-est verde lega e tradizionalista. La giovanissima ragazza punta allora su una provocazione in grado di detournare gli epiteti discriminatori attraverso altrettanti epiteti discriminatori, ma in senso contrario. La logica di questa campagna di comunicazione viene incentrata proprio su tagline razziste in seguito risemantizzate attraverso un corpo testuale più esteso e capace di detournare il significato primo attribuendo nuovo senso al termine cromatico evocato. Si prova insomma ad arginare con un colpo d’ironia l’involuzione culturale del paese.

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Funziona? Poco, pochissimo, per nulla. Simili volantini prevedono certo curiosi effetti di senso. La figura felice di Ababio non ci risparmia però dalla Legge di Poe (secondo cui non è semplice parodiare il fondamentalismo) e il rischio di banalizzare e svuotare di senso certi spettri alimenta le ambiguazioni in un paese in pieno analfabetismo di ritorno. Il comico Daniele Luttazzi sviluppò bene il tema della satira e della risata col carnefice ricordandoci che “l’umorismo è sospensione del sentimento e può arrivare fino al cinismo; ma se sei cinico a spese di una vittima e ne prendi in giro la sofferenza, fai umorismo fascistoide, cioè eserciti una violenza”.

L’enunciatore (chi parla nel volantino, Barbara Ababio) qui non basta e l’importanza dedicata al titolo ancora la figura della candidata all’espressione cromatica che veicola anzitutto un contenuto razzista. La lettura non è lineare e propone invece un cortocircuito senza alcun apporto satirico.

Inoltre, questo tipo di input, per quanto sottilmente reindirizzato, alimenta un messaggio di fondo: l’essere cromaticamente differenti è un valore da difendere, indipendentemente dal candidato, dalle sue proposte, dai contenuti che mette in gioco nell’agone politico. Il candidato-tematica-provocazione (in questo caso la questione razzismo/anti-razzismo) è un fenomeno in crescita nella politica contemporanea, a sinistra come a destra. Una comunicazione politica basata sul simbolico (e su una dimensione satirica) deve essere però ben gestita se non si vuole che il regresso culturale si radichi profondamente nella sfera del politico.

Siamo tutti d’accordo sul fatto che il politically correct non sia la migliore risposta per combattere la superficialità dei carnefici, ancor meno convinti che un uso impreciso della parodia sia la soluzione.

La vera ironia si usa solo in casi di emergenza. L’uso prolungato la fa diventare la voce di gente in gabbia che ha finito per amare le proprie sbarre.

Lewis Hyde

Matteo Modena

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