August: Osage County. Massacro blues nella prateria

August: Osage County uscito in Italia col titolo I segreti di Osage County è un film tratto dall’omonima opera teatrale di Tracy Letts, Premio Pulitzer 2008. Il regista John Wells dirige un cast stellare, tra cui un acclamato duo: Meryl Streep e Julia Roberts. Una famiglia si trova ad affrontare il cancro e la dipendenza patologica da sostanze della madre, in occasione del funerale del padre, morto suicida. Il nucleo famigliare si riunisce e, durante il molto americano pranzo nel giorno del funerale, scomode verità iniziano a venire a galla. È forse peccato l’eccesso di soggettività che accompagna l’affermazione di ciò che si crede profondamente vero?

AUGUST: OSAGE COUNTY

La famiglia nucleare, almeno nel suo lato psicologicamente violento, non è forse ciò da cui tutti cerchiamo di fuggire?

Jonathan Franzen

Si guarda meglio da soli, di notte, è un film poco elegante in cui non ci sono lieti fine e né drammatizzazioni liriche. August: Osage County in effetti è un massacro. Inizia facendo presa nel più intimo anfratto di una certa realtà famigliare: prende spunto e spalanca la ferita fino ai limiti dell’eccesso, della malattia mentale, della violenza verbale, del dolore. Procede crudelmente senza sconfinare troppo nell’incredibile.

Fa ridere. Appare inevitabile, beffardo, notare il lato comico di certe battute e situazioni che hanno tutto di tragico. Il comico si dà come ingrediente teatrale che, forse per questo, appare ancora più realistico. August: Osage county è improbabile, fitto, amaramente comico, ma è reale. Reale come un mal di stomaco, come quel senso di vuoto che resta in bocca quando tutto si è dato e sopraggiunge la quiete. È quel tipo di tragedia fatta di inestetismi, fortemente teatrale, che si consuma nei paesini di provincia ai quali viene sottratto ciò che di piacevolmente bucolico era rimasto.

Ricorda molte cose: i collegamenti intertestuali sono fitti come un piccolo arazzo. Può sembrare una fuga attraverso la denuncia disincantata della realtà e c’è una perpetuazione di copioni familiari che vanno avanti e indietro nel tempo, per generazioni, senza che una logica diversa ne spezzi il ciclo.

La dimensione psicologica traccia una mappa di rapporti nella loro fragilità: “E’ la vita che ti incastra certe volte”, e certe volte il dolore nasce da un miscuglio inespresso di frustrazioni che, attraverso il rapporto con gli altri, riconducono inevitabilmente al rapporto con se stessi. Quell’unico rapporto che non si ha fretta di giudicare, a cui ci si sottrae costantemente.

Dunque, ogni personaggio ha qualcuno da biasimare ed è solo, tuttavia si tratta di un gruppo. L’impressione è quasi di un attante collettivo, un collage di parti, di persone, il cui centro è la madre ed in cui tutti si dimenano per passare da metonimie allo stato di individui avulsi: di chi sono le responsabilità? Perché? L’amore per la vita si dissolve nel dolore, nella rabbia, (unici veri valori profondi affermati), nel bisogno di dare un senso. Il risultato è una mappa di rapporti e identità interdefinite priva di logica e di un valore positivo.

La casa materna è un bozzolo entro cui si consuma la lotta della famiglia nucleare. Forse i valori sottesi a questo film operano per sottrazione e lasciano allo spettatore, come ai suoi personaggi, la facoltà di riempire uno spazio. La domanda a cui rispondere, quando i drammi sono compiuti e la solitudine colpisce, è questa: che cosa resta?

Il dolore impera e rimane come uno spettro, da cui si fugge con il suicidio (del padre): fuga che chiama altre fughe che non risolvono, ma piuttosto congelano un pattern. Il personaggio di Barbara (Julia Roberts) ci lascia con un enigmatico sorriso: un altro suicidio? A quale dei due genitori sceglierà di assomigliare infine? Un presente e un passato in costante sovrapposizione, una realtà infinitamente scomponibile attraverso l’evocazione di memorie. Il volto amaro dell’idea per cui il senso e l’identità ruotano attorno alla famiglia d’origine.

Marta Pellegrini

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